Copertina italiana di "Any Empire" di Nate Powell
Any Empire” di Nate Powell  – Copertina italiana

 

Titolo: Any Empire
Autore: Nate Powell
Edizione originale: Nate Powell, Any Empire, Top Shelf Productions
Edizione italiana: Nate Powell, Imperi, 2013, Panini 9L

C’è un blog che seguo spesso (scritto da un dissennato completo, ve lo consiglio) dove si sostiene che i fumetti si guardano, e non si leggono.

Adesso non sperate che vi spieghi questa affermazione, visto che non c’ho capito un’acca nemmeno io, però devo dire che se fossi chiamato a descrivere Any Empire di Nate Powell (sì, ve lo potete ciapare anche in italiano, lo fa la Panini che, molto probabilmente, in questo momento sta pubblicando anche voi, solo che non ve ne siete ancora resi conto) in meno di centoquaranta caratteri, così da risultare pure un po’ cool, azzarderei, più o meno, una cosa simile: Any Empire è un fumetto che si guarda veramente, ma veramente, bene.

Any Empire, la versione copiaincolla: Parlare della guerra non è(/dovrebbe essere) mai scontato, soprattutto quando di mezzo ci sono i bambini. Nate Powell ci mostra come il mondo del gioco e quello della guerra si leghino in modo inquietante: fra divertimenti e simulazioni, si assiste alla crescita – ma siamo sicuri che cresca veramente qualcuno in questa storia? – di un ristretto gruppo di ragazzi americani che vedono le loro fantasie acquistare, lentamente, corporeità. Grazie a una narrazione sempre chiara anche se non priva di virtuosismi, diventiamo parte dell’immaginario dei personaggi, che, tramite le loro ossessioni, plasmano la tavola/realtà – mi verrebbe da dire che sono sinonimi, ma poi dovrei motivare il tutto e sarebbero cazzi – costantemente, senza nessun apparente controllo.

Leggero e importante; svizzero ma anche Novi; dolce e un po’ salato; Any Empire è una lettura che sa essere profonda senza fartelo mai pesare.

"Ma è una foto scattata con il cellulare. Cellulare pacco, per giunta." Bravi. Potete ritirare il pigiama alla cassa.
“Ma è una foto scattata con il cellulare. Cellulare pacco, per giunta.” Bravi. Potete ritirare il pigiama alla cassa.

 

 

Any Empire, la versione di Giocatoresingolo (ma quanto mi sento figo a parlare in terza persona): c’è questa cosa per cui compri il volume invogliato dal ragazzo con il fucile in copertina: bella roba, ti dici, prendimi ora con un fumetto-denuncia sui minorenni soldato, così domani, al baretto di filosofia, ci sgargio solo io. Poi, ti ritrovi, come un coglione, a pensare che una concezione solida di cosa sia il tempo, in fin dei conti, mica l’hai; o, nel caso tu l’abbia, Powell è abbastanza bravo (leggi, quindi, stronzo), da mandarla a ramengo in poche tavole.
Eh sì, perché quando ti accorgi che lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra non scandisce proprio niente a livello spaziotemporale ma, al massimo, aiuta a sistemare, a questo punto nemmeno cronologicamente, un’immagine mentale legandola con la sua successiva, allora cominciano a venirti delle turbe grosse.
Voglio dire: questi tipi invecchiano e si vede, cribbio! A lei cresce un piacevole popò, a lui vengono le basette, l’altro c’ha il baffetto da mafioso mancato, non sono più, inequivocabilmente, quello che erano; ma allora perché mi ritrovo sovrimpressa la loro figurazione precedente? Peggio: mi ritrovo sovrimpresso il loro immaginario precedente?

Ma c’è un precedente in questo fumetto? Nel caso non ci fosse: in che cacchio di ordine lo legg…pardon, lo guardo?

Sì perché, il simpaticone di Powell, neppure della circolarità ci fa grazia. Con la circolarità te la scampi sempre: ci puoi schioccare l’eterno ritorno dell’uguale in modo abbastanza random, o, alle brutte, ripiegare su un po’ di ermeneutica junghiana, così ti barcameni con il ritorno alla realtà archetipica primordiale, ci pigi d’ignoranza anche un pizzico di rimosso freudiano e taaaaaac; tutto risolto.

Invece no. Niente. Zero, proprio.
C’è solo continuità, qui.

Continuità nella produzione creativa di immagini, continuità nella narrazione, continuità nella modellazione costante della tavola/realtà.
Continuità, sempre e solo, continuità.

Che poi, ti dici, alla fine si parla di ossessioni: ha veramente importanza avere qualche anno in più o in meno, leggere un fumetto di G.I. Joe o fissare le zinne di una ragazza che ti piace durante un colloquio di lavoro? Sempre di carri armati che si paracadutano e di persone che si fanno male credendo di giocare parliamo, dopotutto, no?
Mostrare prima, durante o dopo (cosa non lo so, c’è sempre quel bastardissimo fatto che non mi è mica più chiaro cosa sia il tempo), non cambia nulla. Sempre della stessa cosa parliamo.
Però me ne sono reso conto solo ora che il volume l’ho chiuso.

*Leggi sopra ** Mi si è pure ribaltata questa, porc!%*#°@
*Leggi sopra
** Mi si è pure ribaltata questa, porc!%*#°@

Sempre della stessa cosa. Mai con la stessa forma.

Ma guarda te ‘sto stronzo quanto cacchio è bravo e quanto cacchio è stronzo (per l’appunto). Sempre la stessa cosa mi ha raccontato: mi ha mostrato qualcosa in nessun tempo e nessuno spazio e l’ha fatto benissimo.

Stronzo. Però, quasi quasi, ora lo rileggo; che poi, domani al baretto che racconto: che ho guardato un fumetto sempre uguale e sempre diverso e che, alla fine, nemmeno sapevo più cosa fosse il tempo?

…vabbe’, fammi anda’ a tira’ fuori un libro di un autore russo che me lo tengo, visibile, nello zaino, dai. Quelli sono come il nero: stanno su tutto.

I consigli del martedì: Any Empire di Nate Powell
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