East of West vol.1 - Panini
Copertina italiana del primo volume di East of West

Approfittare dell’uscita italiana del primo volume della serie Image Comics East of West, di Jonathan Hickman e Nick Dragotta, per parlarvene, mi fa piacere.
Non poco.

Peter Parker lo chiama il senso di ragno, Dylan Dog, invece, il quinto senso e mezzo, a me è sempre piaciuto usare il termine aroma. l’odore rapisce, lesto, il tuo naso, quando annusi qualcosa, probabilmente, di tuo gusto. Non la vedi, non hai reale coscienza della bontà di quello che senti, ma la brami. Desideri assaggiarla, il più presto possibile.
Ecco, quando venni a conoscenza di East of West, ed è passato, ormai, più di un anno, visto che stiamo parlando del New York Comic Con del 2012, l’aroma era irresistibile.

Avevo conosciuto Hickman con le sue precedenti serie indipendenti (The Nightly News, Red Mass For Mars, Pax Romana) e mi era sembrato un ragazzo gagliardo, mentre di Dragotta mi era nota solo la discreta miniserie Marvel Vendetta, scritta da Joe Casey; ma non furono tanto i nomi coinvolti a stregarmi, quanto le immagini promozionali: nativi indiani che si trasformavano in corvi e lupi, un pallido pistolero, un ranger in sella a una moto futuristica, dal design estremamente curato, con sopra un fidato cane cibernetico.

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East of West prometteva un’ambientazione unica, capace di fondere l’atmosfera western all’esoterismo e alla fantascienza. Sembrava essere una variante Hi-Tech di  La Torre Nera di King.

Ci andai vicino…ma non così tanto.

L’ intreccio è di quelli ascrivibili al genere della fantascienza distopica: a causa di un avvenimento particolare, la guerra civile americana non si è svolta come sappiamo, e ciò ha portato alla formazione delle Sette Nazioni di America, oltre che al cambiamento totale degli interi equilibri mondiali. Sull’elemento fantascientifico si innesta una vicenda dalle sfumature mistico-apocalittiche: un’ambigua profezia aleggia sul destino dell’umanità, e, una notte, i cavalieri dell’apocalisse, aventi l’aspetto di innocui ragazzini, si manifestano sulla terra. Ma qualcosa non torna: uno di loro manca all’appello.

Così ha inizio East of West.

"Ponci ne fate?"
Ponci ne fate?”

Immaginatevi il protagonista di una storia di vendetta ambientata nel vecchio West, con tanto di cappello e cinturone.

Fatto? 
Adesso sostituitelo con l’incarnazione della morte, poi mettetegli vicino una bella giovane indiana, dallo sguardo glaciale, e un forzuto nativo. Levate il West canonico e aggiungete un mondo, dai tratti avveniristici, splendidamente caratterizzato, con mezzi meccanici quadrupedi, al posto dei cavalli, enormi torri come centri di comando, pargoli cyberpunk, bislacche armi da taglio e letali bocche da fuoco.

Ecco la forza di questa serie: l’immensità dell’ambientazione.

Se è vero che dietro l’apparente caos iniziale si annida una classica storia di vendetta, è anche vero che il lettore non ha, effettivamente, il tempo di rendersene conto, tante sono le suggestioni e le idee grafiche presenti nell’albo.
Doverosa, a questo punto, una digressione sul lavoro svolto da Nick Dragotta, un disegnatore capace di rappresentare cose difficilissime con una semplicità disarmante.
Che dentro ci sia un assalto a una roccaforte cinese, con tanto di corvi, lupi, fucili, armature e mezzi strampalati, un occhio che si stacca da un corpo per poi iniziare a camminare autonomamente o un corridoio colmo di corpi squartati, le tavole di Dragotta restano, sempre, chiare, pulite e facilmente leggibili.

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Caratteristica che fa la differenza quando basi la tua fortuna sulla credibilità dell’ambientazione.

Certo, nulla di simile esisterebbe senza la sfrenata ambizione di Hickman; la qualità migliore di questo sceneggiatore, in forza anche alla Marvel, risiede proprio nel fatto di puntare sempre in grande, nel non temere la “pressione” che una storia di simile premesse può comportare, alzando, anzi, sempre più l’asticella delle difficoltà, di numero in numero.
Una tale fantasia è però frenata, certe volte, da un difetto abbastanza ricorrente nelle sue produzioni: la scarsa incisività dei dialoghi.

"Come sarebbe a di' che un c'hai l'Amaro Montenegro?!?!"
“Come sarebbe a di’ che un c’hai l’Amaro Montenegro?!?!”

Prolissi, spesso propensi alla supercazzola, i dialoghi di East of West suonano, spesso, come inutilmente pomposi. Anche le scene che richiederebbero scambi di battute fulminei e coincisi, finiscono per essere risolte in maniera leziosa e troppo compiaciuta.

Vero che la caratterizzazione dei personaggi non risente troppo di questo aspetto, visto che buona parte della loro determinazione si risolve, da subito, nell’aspetto grafico (e che rovinare uno smilzo pistolero albino, incarnazione stessa della morte, è impresa, francamente, difficile) ma un registro diverso, in questo ambito, avrebbe comunque giovato all’impianto generale.

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Ma, insomma, sti’ soldi li devo sborsare, o no?
Sì, decisamente sì. Senza alcuna riserva.
Nonostante qualche imperfezione, East of West si dimostra una serie solida, dalla qualità grafica non comune e ricca di spunti interessanti. Con il passare degli albi, tra l’altro, il titolo aggiunge sempre qualche nuova pallottola alla sua cartucciera, sorprendendo con delle trovate, inizialmente, per niente scontate.

Assicuratevi di avere il caricatore colmo, quindi, che Morte sta arrivando e non farà sconti a nessuno.

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“Bello ir mi’ Civili. Tio, De’.”
Distopicamente vostri, Hickman & Dragotta – East of West
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