Se c’è un gioco che ha segnato i miei anni delle medie, è stato Diablo II. Non che anche Broken Sword non abbia fatto il suo dovere…. Ma il rapporto con Diablo II è un altro, un amore/odio che va avanti da circa 13 anni e che ancora oggi, alla soglia dei 25 anni e con un sequel + espansione alle spalle, non riesco a togliermi.

Ma andiamo con ordine.

Tutto inizia quando, a fine 1996, il mondo viene sconvolto da Diablo, uno dei primissimi RPG punta&clicca. La trama è, inizialmente, abbastanza semplice: nella città di Tristram, strane creature si aggirano per i sotterrani della cattedrale, in cui si dice si sia barricato l’ultimo dei tre demoni maggiori: Diablo, che ha preso possesso del corpo prima del re del luogo, e poi di suo figlio. Il giocatore (potendo scegliere tra un guerriero, una ladra ed uno stregone), dovrà scendere nelle profondità della Cattedrale fino letteralmente all’Inferno, per sconfiggere il signore del Terrore e rinchiuderlo nella Pietra dell’Anima a lui destinata.

La città di Tristram

E qua passiamo al secondo episodio. Subito apprendiamo che l’eroe che ha sconfitto Diablo, qualche giorno dopo la vittoria, inizia a comportarsi in modo strano. Mal di stomaco per i troppo festeggiamenti? No. Semplicemente ha scoperto che INFILARSI LA PIETRA DELLE ANIME NELLA FRONTE IN MODO DA TENERLA AL SICURO non è stata una delle sue migliori idee.

Ovviamente, manco a dirlo, inizia a scatenare l’inferno ovunque vada e tocca al giocatore (che questa volta può scegliere tra un barbaro, un negroafroamericanomante, un’incantatrice, un’amazzone ed un paladino) salvare capra e cavoli.
Ovviamente tutto è cambiato: non siamo più nel 1996, ed i ruggenti anni 2000 (anzi, IL ruggente anno 2000, visto che il gioco esce proprio ad inizio millennio), permette agli amici della Blizzard di creare un gioco più approfondito del “vai pian piano sempre più a fondo uccidendo scheletri”.

Diablo II è infatti suddiviso in 4 atti (5 se consideriamo l’espansione), ed ogni atto corrisponde ad una città che l’eroe visita per liberarla dalle forze del male (tranne l’atto 4, ambientato all’inferno). Per liberare la città, il giocatore dovrà svolgere le missioni dategli dai vari png e sconfiggere i vari boss di fine Atto, per arrivare allo scontro con Diablo alla fine dell’Atto IV.

Raccontato così, può non sembrare chissà cosa, ma la forza del gioco sta nel MONDO in sé: un mondo esplorabile, che genera le mappe ad ogni partita e che ti permette di variare strategia, personaggi e tattiche grazie alla miriade di oggetti che si possono trovare (rari, unici o appartenenti a determinati set) e alle varie abilità che ti permettono di scegliere lo sviluppo da dare al personaggio. Chi vuole può passare ore a non cagare le missioni e a dedicarsi soltanto all’esplorazione delle ambientazioni, cercando oggetti rari o semplicemente livellando uccidendo mostri a raffica. Esatto, perché anche chi fa del power play la propria religione, e non vuole perdersi in approfondimenti storici parlando con tutti i png presenti nel gioco, può appassionarsi a Diablo uscendo dalla città e tagliando qualche testa: insomma, da un gioco che mette come livello segreto un mondo in cui non c’è da fare altro che uccidere mucche armate di alabarda, che vi aspettate?

Che poi, io potrei pure star qua a spiegarvi che l’ampolla blu è del mana, quella rossa del sangue, o a parlarvi delle varie citazioni all’episodio precedente… ma se dopo aver visto questo scempio di MUCCHE GIGANTI ARMATE, siete sempre qua a leggere e non vi siete ancora fiondati a recuperare il gioco; beh, lasciatevelo dire.

Siete delle brutte persone.

Venerdì retro: Diablo II
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Un pensiero su “Venerdì retro: Diablo II

  • 21 Novembre 2014 alle 18:10
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    Caspio, non mi ricordavo il fatto che scatenava il casino a inizio del secondo episodio. Boia!
    L’africano era il personaggio più cazzuto per me!

    THERE’S NO COW LEVEL <3

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