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Stimolato dall’uscita del nuovo film dei mutanti made in U.S.A più famosi al mondo, ho approfittato di questi giorni per rileggermi la storia degli X-Men, partorita da Chris Claremont e John Byrne, ristampata di recente in Italia da Panini Comics, che ha dato il nome alla pellicola.

In mezzo a diversi limiti strutturali dovuti, essenzialmente, allo scorrere del tempo e, di conseguenza, al mutamento delle tecniche narrative e delle strategie comunicative legate alla gestione di un racconto seriale, di cui non voglio parlare in questo contesto ma che potrebbero essere oggetto di un interessante, prossimo, dibattito, durante la lettura ho riscontrato una notevole e inequivocabile qualità intrinseca di questi albi: l’assoluta limpidezza della comprensione.

Non importa avere letto tutte le storie precedenti della medesima gestione, non importa neanche possedere troppe informazioni sui protagonisti (magari un’infarinatura generale male non fa), c’è tutto nella storia.
Certo, si fa abbondante uso dei classici spiegoni e di uno stile, decisamente, ridondante, soprattutto per la sensibilità moderna, ma è un fatto che qualunque tipologia di utente possa comprare il volume e godere degli eventi narrati, oltre che di ottimi disegni, senza preoccupazioni.

Purtroppo la stessa cosa non può essere detta della nuova produzione di Bryan Singer e soci.

 

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X-Men Days of Future Past sembra un film pensato per essere proiettato in un ghetto; in particolare il ghetto contenente tutti i ristretti membri della casta degli appassionati maniacali dei mutanti. Quelli che, non solo si sono visti più e più volte le altre precedenti quattro produzioni cinematografiche dedicate, tanto da ricordarsele fotogramma per fotogramma, ma che conoscono anche, a menadito, le vicende fumettistiche dei personaggi.

La scena iniziale, ambientata nel futuro, fra i suoi protagonisti ha un mutante afroamericano che viene ripetutamente colpito da fuoco amico uscendone, ogni volta, potenziato; lo accompagnano un altro mutante vestito da nativo americano, una ragazza con i capelli rosa e un uomo capace di accendersi come un fiammifero.
Chi sono questi personaggi? Come funzionano precisamente i loro poteri? Lo spettatore lo può solo intuire; anzi, viene dato assolutamente per scontato che conosca già queste informazioni.

Non è finita qui: viene sfruttato l’escamotage del viaggio temporale, essenzialmente, per sistemare la continuity interna della serie, cercando di unire in un unico corso narrativo la prima trilogia, iniziata nel duemila, a quella più recente.
Un intento utile, forse, unicamente a fare partire qualche feroce discussione sui forum di settore, ma che non mostra nessun aspetto interessante per un’utenza intenzionata, unicamente, a godersi un buon film.

 

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Sempre per cercare di ubriacare i fedeli appassionati, la Twentieth Century Fox ha astutamente pensato di inserire una quantità smodata di personaggi e riferimenti presi di peso dalla mitologia degli X-Men, con il risultato di mettere su schermo una composita carrellata di action figures distinte, unicamente, dall’entità dei loro poteri.
Un cast enorme di cloni relegati a spazi poco più profondi di un cammeo per accontentare la fame insaziabile di citazioni di un relativo pubblico di super-appassionati.

Questo “sovraccarico” generale, non risparmia nessun aspetto della pellicola e ci si ritrova, di conseguenza, davanti a trovate come: JFK mutante, Magneto coinvolto nell’attentato di Dallas, l’accenno di Quicksilver (personaggio presentato e fatto sparire nel giro di tre scene) alla sua “pesante” figura paterna, e altre simili esagerazioni lanciate, alla rinfusa, nel calderone e mai realmente collocate all’interno di un preciso impianto narrativo. Una scelta registica che farà, forse, piacere a qualche praticante dell’onanismo mutante ma che renderà il tutto decisamente irritante per le altre fasce di utenza.

 

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Un vero peccato, perché, nei suoi momenti migliori, X-Men Days of Future Past mostra di averlo qualche spunto interessante: le musiche sono coerenti e i costumi riescono a proporre una resa su schermo discretamente accattivante, in particolare quelli inerenti alle scene ambientate nell’ipotetico futuro.
Singole scene, estrapolate dal magma caotico globale, esibiscono un uso dei diversi poteri piuttosto ragionato e funzionale, tanto che, spesso, si rimpiange che determinate scelte non siano state portate avanti ed esplorate in maniera più esaustiva. L‘appiattimento dei contenuti originali finisce per svalutare delle soluzioni potenzialmente vincenti, suscitando non poco rimpianto.

 

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In definitiva, si può dire di trovarsi di fronte a un prodotto fatto a uso e consumo di una minoranza, che si svincola da ogni possibile responsabilità, logica e narrativa, nella maniera più ruffiana possibile e che a essere agibile anche al resto delle persone comuni non ci prova nemmeno.

Sarà che a me i ghetti, di qualsiasi genere, non sono mai piaciuti.

 

X-Men Days of Future Past – La prossima volta allegate le istruzioni, grazie.

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