Qual è la più grande paura di un NERD? Forse che il suo personaggio preferito venga interpretato da Ben Affleck? No, no… benché questa sia sicuramente una delle più grandi paure per un nerdofilo, c’è qualcosa di gran lunga peggiore: il remake.

Ogni pie’ sospinto – dal momento che dopo le dimissioni di Ratzinger non si può neanche più dire: ad ogni morte di papa – salta fuori qualche imbecille di buone speranze convinto che Batman o Spider-Man abbiano bisogno di essere rifatti da qualcuno che di cinema ne capisce. Ora, con Batman la cosa, almeno in termini di incassi, ha funzionato, per Spidey…
Ecco il punto: ogni volta che qualcuno minaccia un remake di qualsiasi sorta scatta, istantaneamente, il putiferio.
Orde di fan si scagliano contro il povero Cristo di turno appellandolo in modi irripetibili per un capo asceta indiano come il vostro amato Penna Stanca, a prescindere che il povero Jesus in questione abbia o meno già iniziato a lavorare sul suddetto remake.
Il remake però – va detto – è un’arte difficile e molto rischiosa; sono tanti i fattori da tenere in considerazione: fedeltà all’originale, aggiunta di novità necessarie ma non fuorvianti dal reale spirito dell’opera a cui ci si rifà, etc. Va detto che non tutti ne sono capaci e, spesso e volentieri, il remake viene fatto più per incassare soldi facili con un prodotto sicuro che per portare necessarie quanto apprezzabili modifiche in un’opera vecchia ma di successo.
Non è questo il caso di Resident Evil Rebirth. vi spiego perché.

Resident Evil non è soltanto un videogioco ma un brand, per dirla all’inglese, ossia un marchio, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, il cui nome rievoca da solo plurime immagine associate alla (bellissima) saga videoludica o al (ignobile) filone cinematografico.
Nel 2002 Nintendo aveva perso la scommessa GameCube, ovvero la sua nuova console che, per quanto dotata di processori e motore grafico migliore delle concorrenti, non riusciva a vendere dato che, oltre ai super classici Metroid Prime e Super Mario vari, non offriva altri titoli di spessore. Qualcuno in Giappone fece la voce grossa minacciando licenziamenti a destra e a manca, e qualcuno probabilmente ebbe una buona idea per salvare le proprie asiatiche chiappette, cosicché il cubetto cominciò a proporre una serie di titoli in esclusiva, per la maggior parte Remake di grandi classici che avevano fatto la fortuna di casa Sony.
Fra questi spiccavano – e spiccano ancora, per gli amanti del retrogaming – due titoli: Metal Gear Solid: The Twin Snakes e, Resident Evil: Rebirth.

La copertina del remake di casa Konami

Si trattava di due ottimi lavori, il primo era il rifacimento del, forse, più grande titolo per Play Station, apportando come sostanziali modifiche una grafica all’avanguardia, filmati à la Matrix, il gameplay di Sons of Liberty e il doppiaggio in inglese introdotto con il secondo (quarto) capitolo della saga; il secondo riprendeva il primo survival-horror della storia e lo rendeva ancora più terrificante.
La comparsa di questi due titoli ha segnato una svolta in casa Nintendo per quelli della mia generazione che avevano sempre identificato la società nipponica come eterna produttrice di titoli infantili o comunque approvati dall’associazione famiglie che invece di educare i propri figlioli se la prendono con i videogiochi violenti oppure da riviste specializzate tipo Famiglia Cristiana.

Ma siamo qui parlare di orrore e di zombie per cui entriamo nel vivo della questione e capiamo insieme perché questo gioco è un esempio per chiunque voglia fare un remake come si deve.

Innanzitutto il fattore principale è il tempo. Non si può fare un remake di qualcosa dopo cinque minuti, bisogna aspettare un periodo congruo e, sei anni lo sono abbastanza. Lo sono soprattutto se si considera il progresso tecnologico avvenuto tra fine anni ’90 e inizio 2000. Già solo confrontando Resident Evil 1 e 2 si nota una differenza di grafica e di gameplay notevolmente consistente, immaginatevi nel 2002 come poteva essere diverso allora.
Un altro fattore necessario per la buona riuscita di un remake è la conoscenza precisa del prodotto che si va a riproporre, una conoscenza che va soppesata in termini di pregi e difetti.

Pregi

  • La novità del titolo: mai si era visto un Horror Game in 3D
  • L’atmosfera claustrofobica di Villa Spencer che, ben è valsa il titolo di «survival-horror»
  • Il carisma dei protagonisti e dei comprimari
  • I nemici: la scelta di zombi e creature “possibili” anziché demoni, vampiri o mostri della sesta dimensione
  • gli oggetti e gli enigmi

Difetti

  • Una grafica troppo datata per chi non è amante del retrogaming
  • Movimenti poco fluidi se paragonati ai titoli del 2002
  • dialoghi a volte eccessivamente «B-movie»
  • Poche ore di gioco e limitata rigiocabilità

A casa Capcom sono stati attenti e niente di questa lista è sfuggito al loro occhio vigile.
Innanzitutto ciò su cui si è di più lavorato – e si nota parecchio – è l’atmosfera e l’orrore. Questo titolo fa paura, anzi, fa proprio cacare addosso, regalando piacevoli incubi notturni e numerosi mal di pancia.
L’uso di sfondi prereinderizzati, spazi sempre chiusi e musiche terribilmente inquietanti regalano brividi perpetui al videogiocatore.
Un altro fattore, che forse è la trovata migliore in assoluto, è l’invenzione dei Crimson Head. In Resident Evil Rebirth gli zombi non ne vogliono sapere di restare morti. Se spariamo, come nel primo titolo, a un redivivo senza bruciarne accuratamente il cadavere ce lo ritroveremo dopo poco tempo trasformato in un Crimson Head, ovvero una specie di zombie-punk tutto rosso e incazzatissimo, veloce come un ghepardo e letale come un Hunter. Questa sadica trovata dei programmatori è resa ancora più bastarda dal fatto che la fiaschetta con la benzina (oltre che occupare un prezioso spazio se si gioca con Chris o due se si gioca con Jill che non ha l’accendino di default) va ricaricata ogni due utilizzi presso le taniche di cherosene sparse nell’edificio e che, le unità di cherosene disponibili sono inferiori al numero di zombi presenti nel gioco. In poche parole possiamo uccidere veramente poca gente, quasi saremo felici di poter sparare ai cani che per lo meno quando crepano lo fanno per sempre.
Tutto questo si traduce in un’angoscia perenne, specie se si gioca alle modalità più difficili (vi assicuro che anche la facile non è così facile).
Le ore di gioco sono state allungate dalle 3-4 del vecchio titolo alle circa 10-11 di questo, aggiungendo anche nuovi scenari (tipo la casa del custode e l’accesso ai laboratori da dietro le scale della Hall) e qualche simpatico nuovo amico (Lisa Trevor).
La grafica è veramente curata e ancora oggi è decisamente piacevole, tanto che pure gli amanti dei titoli iperrealistici che richiedono computer della Nasa per essere giocati non avranno di che lamentarsi.
L’unica pecca, ma è una cosa del tutto personale, è aver sostituito i vecchi filmati girati con attori di serie Z con quelli in computer-grafica. In realtà però avrebbero stonato con questo titolo e alla fine si è rivelata anche questa una scelta azzeccata da parte dei programmatori. Forse però io li avrei comunque inseriti come special del gioco, dato che nel 2002 l’epoca del “tanto si trova tutto su youtube” era ancora lontana dal venire. Forse questo è il motivo per cui ha preso 9/10 sulle riviste specializzate, chissà, ma sono d’accordo anch’io con questo voto perché per principio non esiste il gioco perfetto anche questo ci va davvero tanto vicino.

In conclusione: perché Resident Evil Rebirth è un remake vincente anzichenò?
Perché mantiene intatto lo spirito del gioco originale, migliorando i vecchi difetti e aggiungendo pure un pizzico di azzeccata novità con particolari quali: i Crimson Head, le armi di autodifesa (pugnali, granate flash e taser), nuovi mostri e scenari.
Non può prendere la palma di miglior titolo della saga perché è un remake e non un’idea originale, e perché Resident Evil 2 continuerà sempre ad avere una marcia in più in termini di rigiocabilità.
Ma è un gioco che quasi da solo vale l’acquisto di un GameCube e che sostituisce, per qualità e freschezza, il primo grande titolo di questa splendida saga che ancora oggi intrattiene milioni di videogiocatori in tutto il mondo.
Ricordatevi, se avete in mente di fare un remake di qualcosa passate prima da qui e imparate.

Ci vediamo in giro, bellezza.
A lezione di Remake: Resident Evil Rebirth

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