Quando ho ri-aperto questo volume la scorsa settimana un puzzo di anni ’80 ha riempito la stanza.
Un colonnello masticasigari con una benda sull’occhio e perennemente incazzato, un cecchino, un grebano di fanteria e una donna artificiere. Quale versione dell’A-Team è questa?
Avevo letto anni fa la storia, uscita con Grandi Saghe #75 e sinceramente non la ricordavo molto. Di solito non è un buon segno, ma stavolta mi ero sbagliato.

Nick Fury prima che diventasse Samuel L. Jackson a fumetti aveva le tempie bianche, era bianco, e masticava sigari di brutto. Aveva lo stesso fascino di Big Boss in Metal Gear (e non metterei la mano sul fuoco che qualche numero di Nick Fury and his Howling Commandos da qualche parte in Giappone non sia stato letto) ovvero il fascino dell’uomo che ama la guerra, non a caso anche il titolo dell’ultima storia.
Questo è Fury, non si tratta semplicemente dell’iper-direttore galattico dello S.H.I.E.L.D. o del Deus Ex Machina spesso e volentieri tirato in ballo quando la situazione sfugge di mano ai Bendis di turno, Nick è un personaggio carico di fascino e carisma capace di tenere in piedi una propria testata quando vuole; lo ha fatto nel ’63 con i suoi Commando Ululanti (nome stupendo) e lo ha rifatto più volte negli ultimi anni, prima, ripeto, di diventare un nero bendato qualsiasi.

Voglio aprire una breve parentesi prima di parlare di questo ottimo volume: perché modificare un personaggio che funziona? Ora, io non sono un nostalgico del si stava meglio quando si stava peggio solitamente, e apprezzo i cambiamenti specie se a personaggi minori o, che ormai hanno dato tutto in una determinata veste, ma il nuovo Fury non funziona per me.
Tralasciando il discorso razzista di come sia possibile che un nero sia a capo dell’agenzia militare più potente del pianeta – in America -, anche perché sono convinto fosse proprio questo l’intento di Millar (per niente nuovo a questo tipo di provocazioni), io mi chiedo piuttosto: come può esserlo un personaggio così giovane?
È vero, la vera età del Fury ultimate non si conosce, probabilmente ha molti più anni di quelli che dimostra proprio come il Nick originale, che grazie a una pozione anti invecchiamento è uno dei pochissimi (incluso Wolverine) personaggi a non subire umilianti operazioni di ret-con, però l’abito – specialmente nei fumetti – fa il monaco, il vescovo e pure il papa.
Tutto qui il mio dubbio: come può un personaggio – apparentemente – così giovane essere il mega capo supremo? Il vecchio Nick, brizzolato e perennemente amareggiato, mi sembrava molto più calzante.

Giudicate un po’ voi

Veniamo adesso alla storia di questo martedì: Nick Fury, my war gone by in Italia tradotto con Nick Fury, l’uomo che amava la guerra, storia sceneggiata magistralmente da un grande masticatore di fumetti di guerra, Garth Ennis e, disegnata egregiamente da Darick Robertson.
Garth, lo sboccatissimo irlandese noto in casa Marvel per uno dei cicli più divertenti, venduti e longevi del Punitore, è cresciuto a pane e pistole, e questa sua passione l’ha riportata più e più volte su carta aiutato recentemente dallo stesso Darick Robertson. Ecco allora che in casa Marvel non si lasciano sfuggire questa sua peculiarità e gli propongono una mini di sei numeri incentrata sul carismatico boss dello SHIELD.

Prima pagina del primo numero: tutto Fury in una sola vignetta.

Lo stile di Ennis è fra i più riconoscibili del panorama fumettistico: ultraviolente, cinico e totalmente sboccato, eppure riesce sempre a dare una personalità precisa a tutti i suoi personaggi riuscendo a far leva su alcune precise caratteristiche caratteriali dei suoi soggetti ed enfatizzandole affinché si sposino col proprio stile.
Le caratteristiche su cui lavora lo scrittore fanno molto Arnoldo anni ’80, un po’ Commando e un po’ Predator; un uomo burbero, amante della guerra e dell’adrenalina dello scontro, ma anche devoto al bene, con un preciso codice morale (ovviamente di stampo militarista).
Nel fumetto si ride e ci si appassiona al tormento di un masticasigari che improvvisamente non serve più a niente, adesso non è più il tempo delle azioni militari mitra in pugno, non c’è più l’enorme spettro della minaccia sovietica e, pure i suoi echi si spenti inevitabilmente. Eppure è proprio il comunismo tanto combattuto e detestato che ridarà a Fury l’occasione di essere ancora utile, anzi, di essere l’uomo giusto al momento giusto.
Così abbiamo una situazione tipica da film anni ’80 appunto: il poliziotto tosto che ha fatto il suo tempo, il capo presuntuoso e saccente che vuole insegnarli come gira il mondo, un nemico random fuori di testa amante della guerra possibilmente vecchio amico del protagonista, dei compagni di squadra capaci e a cui importa di fare il proprio lavoro e basta.
La cosa che più ho apprezzato, oltre al continuo divertissement tipico dell’opera, è la mancata morale sulla guerra. All’inzio il dualismo fra Fury e il nuovo Boss asiatico dello SHIELD Li sembra suggerire una contrapposizione buono/cattivo, o meglio ancora vecchi valori/nuovi valori, mostrando come Nick sia sì un bruto guerriero, ma che faccia quel che fa per il bene del paese, mentre ai giovan d’oggi (Li) importi solo di far carriera. Un cliché scontato ma anche buono per una storia di questo stampo, ma Ennis non lo usa. È solo un’impressione quella iniziale, e ben presto si capisce quale sia la domanda di fondo che dobbiamo porci davanti a quest’opera: che tipo di uomo è Fury?

«Eravamo due amici al bar, con la voglia di cambiare il mondo…»


I punti più alti, o meglio i punti più introspettivi, sono quelli in cui l’autore confronta il pludecorato Colonnello con diversi soggetti, lasciando totalmente aperta la risposta finale (anche se perlomeno si può intuire come la pensi Ennis).
Effettivamente a lettura ultimata non abbiamo elementi a sufficienza per sostenere inconfutabilmente una tesi sola. Fury a molte facce (come ognuno di noi del resto) e l’unica cosa sicura è che si tratta di un uomo ambizioso che vuole sempre fare al meglio il proprio lavoro.
Il momento che ho ritenuto più alto della storia (oltre a quello finale dove Fury spara con un mitra nella Hall dello Shield, ma non vi dico per fare cosa per non rovinarvi il finale della storia) è il confronto con il vecchio commilitone Timothy “Dum Dum” Dugan. Mentre Fury ancora lavora e distrugge il proprio fisico con un mix di ansia, sigari e bourbon, lui si è ritirato da un pezzo e convive felicemente con una donna conosciuta a un centro di recupero per veterani. La contrapposizione è perfetta perché Dugan era il braccio destro nonché più fido uomo del colonnello, eppure lui una volta servita la Patria ha rinunciato, ha smesso di sparare, Nick no.

SPLASH PAGE! Non solo chiacchiere ma anche enormi smitragliate e teste volanti. Ragazzi è Ennis, se non vi piace potete sempre leggere Lanterna Verde.

In definitiva un fumetto riuscito, sia nei disegni di Robertson (perfettamente indovinate le espressività di Fury), sia nella sceneggiatura proposta da Ennis che riesce a proporre una versione di Fury molto più interessante – a mio giudizio – dell’ormai canonica Millariana dell’universo Ultimates (dove Samuel L Jackson rappresenta il classico generale duro ma che vuole solo il bene del mondo. Yppie!).

Per recuperare il volume potete cercare in fumetteria o on-line (eBay, Amazon) il #74 della collana Grandi Saghe, che contiene la Mini più alcune storie scritte da Lee e Kirby; altrimenti frugate sempre fra fumetterie e internet alla ricerca del volume unico (si trova facilmente).
Buon Martedì!

Non fate incazzare il Colonnello, mi raccomando.
Consigli del Martedì: Fury, my war gone by

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