È l’Uomo Tigreeeee che lotta contro il maleeeeee… la sigla dell’Uomo Tigre è una di quelle che, anche a distanza di anni, ci ricordiamo ancora a memoria.

E lo credo bene! L’Uomo Tigre è un anime che, in un modo o nell’altro, è rimasto impresso nell’imaginario collettivo; sarà appunto per la sigla coinvolgente, sarà per le tematiche affrontate (semplici ma di grande impatto), sarà per la violenza inaudita di alcune scene… andiamo ad analizzarlo meglio.

L’Uomo Tigre (in originale Taiga Maska, storpiatura giapponese di Tiger Mask) è un manga del ’69 noto in Italia principalmente per la sua versione animata, arrivata sui nostri teleschermi nell’82 (anche se in Giappone si era concluso circa 10 anni prima)

La trama è piuttosto lineare, e si racconta in neanche 10 righe:

Naoto Date è un orfanello (come metà dei bambini Giapponesi dopo la II guerra mondiale, cosa che ha aiutato molto il pubblico dell’epoca ad immedesimarsi) che vive in un orfanotrofio di Tokio. Un giorno, durante una gita allo zoo, vede una tigre e decide che, in futuro, dovrà diventare coraggioso e forte proprio come lei.

Per far questo, inspiegabilmente, decide di fuggire dall’orfanotrofio e finisce dentro una specie di organizzazione che addestra lottatori spietati, la cosiddetta Tana delle Tigri. La Tana delle Tigri ha un ruolo fondamentale nella storia: è un posto che è un po’ un incrocio tra la setta degli assassini di Ras’al’Ghul e i campi di addestramento di Al Qaeda, in cui si prendono bambini innocenti e li si sottopone ad allenamenti e prove crudelissime per farli diventare dei wrestler fortissimi e senza pietà. L’unica condizione che impone ai suoi lottatori è quella di dare il 50% degli incassi di ogni incontro all’organizzazione.

Tana delle Tigri
La Tana delle Tigri è sempre stata maestra in sobrietà

Ora, sappiamo bene che i manga, di suo, sono esagerati – specialmente quelli sportivi (qualcuno ha detto Holly e Benji?); il Wrestling poi per definizione è sport-spettacolo, dove tutto è volutamente ingigantito fino ai limiti dell’assurdo – e il wrestling giapponese ancora di più… come poteva essere quindi un manga sul wrestling giapponese?
Ma la fiera dell’esagerazione, ovviamente. Nell’Uomo Tigre gli incontri sono tutti reali e all’ultimo sangue: trafiggere l’avversario con assi di legno scheggiate è all’ordine del giorno, e l’omicidio sul ring è una cosa sì crudele, ma perfettamente legale.

Roba da far sembrare la vecchia ECW una gita parrocchiale, insomma

Ma torniamo a noi… il nostro Naoto quindi viene mandato a combattere sui ring di Wrestling americano, facendosi rapidamente strada e divenendo famoso come “il diavolo giallo”.
Da adesso la faccio breve: ad un certo punto della sua carriera torna in Giappone e, vedendo che l’orfanotrofio in cui è cresciuto è in difficoltà, decide di abbandonare la Tana delle Tigri e di devolvere gli incassi dei suoi match in beneficienza al suddetto orfanotrofio (che rischiava di chiudere per colpa di un debito con uno strozzino).

Ovviamente i cattivoni della Tana delle Tigri non intendono fargliela passare liscia, e mandano lottatori su lottatori a sfidarlo con l’ordine preciso di infortunarlo in modo permanente (se non addirittura di ucciderlo) sul ring, mentre Naoto (che ormai ha assunto definitivamente l’identità di “Uomo Tigre”) cerca lentamente di cambiare il suo stile di lotta, provando ad essere onesto e leale per dare il buon esempio ai piccoli fan che lo seguono dall’orfanotrofio.

E di fatto, la storia è tutta qui. Arriva il lottatore/killer di turno che prova ad ammazzarlo sul ring facendo le peggio scorrettezze, lui cerca di mantenersi onesto perchè i bambini lo guardano (nota bene: la gente che si ammazza sul ring possono guardarla, ma l’Uomo Tigre che fa scorrettezze – magari per difendersi -no), lui soffre ma alla fine vince senza farsi sgamare nè dai bambini nè dalla tipa a cui piace.

Come già detto, il successo dell’opera è dovuto in gran parte al parallelismo che c’è tra l’Uomo Tigre (che segue il classico percorso di fromazione/crescita/redenzione tipico di molti eroi di narrativa) e la società giapponese dell’epoca (una società che ha appena perso una guerra, era alleata con la feccia del mondo, ha subito due esplosioni nucleari e che stava cercando di riprendersi in tutte le maniere). Ma anche qui da noi ha avuto un discreto successo, oltre che numerose critiche per “l’eccessiva violenza blablabla”. L’Uomo Tigre ha avuto una fama tale che ancora oggi molti lottatori calcano i ring delle federazioni di wrestling giapponese usando la gimmik (cioè il “personaggio”) di Tiger Mask. Addirittura di tanto in tanto qualche orfanotrofio giapponese riceve delle sostanziose donazioni ad opera di anonimi benefattori, ovviamente tutte a nome di “Naoto Date”.

Uomo Tigre

Ma come finsce l’Uomo Tigre?

Nell’ultima puntata (la n.105) il match senza squalifiche (e quindi senza regole) tra l’Uomo Tigre e il megaboss della Tana delle Tigri, tale “Tigre Bianca”, è in una fase cruciale: il nostro eroe sta subendo come pochi, mentre il cattivone sta usando tutte le armi e scorrettezze possibili ed immaginabili per schacciarlo come un insetto. Sedie, monitor dei commentatori, campanella dell’arbitro, tavoli, crocifissioni alle corde, dita negli occhi, strangolamenti con cavi elettrici… l’Uomo Tigre subisce tutto questo ma non si arrende, mantenendo ancora la sua integrità morale. Fino a che… mentre tenta di schivare i colpi che l’avversario gli sta sferrando con un asse di legno scheggiato (!?) il nostro eroe perde la maschera, che rimane semidistrutta a terra: la sua identità viene quindi svelata in diretta TV ed i bambini dell’orfanotrofio scoprono che il loro eroe altri non è che il caro, vecchio Naoto. A questo punto però l’Uomo Tigre smascherato decide di non arrendersi, nonostante tutto: anzi, si incazza come una biscia ed inizia a menare il suo avversario utilizzando anch’egli tutti gli oggetti contundenti che riesce a trovare, mostrando una ferocia inaudita e scaricando tutto l’odio represso che provava verso la Tana delle Tigri ed i suoi esponenti.
L’incontro termina quando l’impianto luci dell’arena, a cui l’Uomo Tigre aveva appeso l’avversario (ormai già incosciente) per picchiarlo a mo’ di saccone crolla sul ring.

L’incontro è stato vinto, ma a quale prezzo? Quale esempio ha dato ai bambini dell’orfanotrofio? Con che coraggio riuscirà a guardarli in faccia? Dando sfogo alla sua ferocia Naoto ha dimostrato di non essere poi così diverso dai carnefici della Tana delle Tigri, e teme che i bambini non riusciranno a perdonarlo per questo.

La serie termina quindi con i bambini scioccati attorno alla maestra/direttrice/responsabile dell’orfanotrofio (nonchè già a conoscienza della vera identità dell’Uomo Tigre) che si chiedono se se Naoto tornerà mai da loro, mentre l’ormai ex-Uomo Tigre sale su un volo verso destinazione ignota, promettendo a se stesso che, prima o poi, tornerà dai suoi piccoli fan.

Fine

Triste? Non so… più che altro molto profondo, ed in linea col personaggio di Naoto/Uomo Tigre (a mio parere): il suo percorso di redenzione è in qualche modo incompleto lasciandoci intendere che, forse, dentro ogni uomo, anche il più buono, c’è sempre una piccola traccia di oscurità.

Ma riuscirà alla fine Naoto a mantenere la sua promessa? Calcherà mai più un ring di Wrestling? Bè, queste domande avranno una risposta nella prima puntata dell’Uomo Tigre 2… che sarà presto oggetto di un nuovo articolo!

Ciao!

 

P.S.

Le puntate dell’Uomo Tigre (si, tutte e 105) le potete trovare tranquillamente su Youtube. Comodo no?

Le Oscure Trame – L’Uomo Tigre
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  • Feli

    il Boss di Tana delle Tigre non si chiama “Tigre Bianca” ma “Grande Tigre” (da non confondere con Grossa Tigre”).

  • Pingback: L'Uomo Tigre II - Trama e Finale()

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