Ammetto che ero titubante sull’acquisto di Deadly Class, una delle tre attuali serie a fumetti Image Comics  sceneggiate da Rick Remender (Cap, Uncanny X-Force, Fear Agent) insieme a Low e (l’ottima) Black Science; le impressioni che avevo raccolto a riguardo erano discordanti e il mio timore era quello di trovarmi davanti a un prodotto eccessivamente stereotipato.
Fortunatamente le tavole di Wes Craig (disegni) e Lee Loughridge (colori) hanno svolto un ottimo lavoro di persuasione e, appena arrivata la giusta offerta, mi sono accattato entrambi i volumi attualmente usciti, prontamente divorati, con somma soddisfazione, nel giro di una singola seduta.

Prendete Harry Potter, sbucciatelo da tutta la patina fantasy e magica, ambientatelo San Francisco a fine anni ’80, sostituite Hogwarts con un esclusivo istituto per aspiranti assassini (King’s Dominion High School for the Deadly Arts) e le famose quattro case con delle incazzose gang a tema (i narcotrafficanti sudamericani, gli yakuza, i riccastri, i neo-nazi, i ghetto guys, ecc.), shakerate il tutto e scottatelo a fiamma esageratamente alta. Quello che vi ritroverete tra le mani sarà molto simile a uno dei primi albi di Deadly Class: una serie che fa del ritmo, dell’ambientazione e del teen drama (in versione weird) i suoi punti di forza principali.

 

Partiamo dal secondo punto: gli anni ’80 non sono un mero elemento accessorio, ma anzi si ritagliano un ruolo di primo piano nell’economia della storia. Vengono riproposti i tormentoni, le mode e il modo di essere dei ragazzi dell’epoca; Remender non si limita infatti a citare canzoni, gruppi musicali o personaggi di quella decade ma cerca piuttosto di rievocare lo spirito del tempo. Quello che poteva voler dire essere vivere l’adolescenza in quegli anni.

Ne consegue anche l’uso costante e apertamente dichiarato dei più classici cliché generazionali conosciuti, che però si innesta una direzione narrativa perfettamente sensata: le gang, i diversi “gruppetti” o anche solo i comportamenti sociali comuni che saldano diversi individui tra loro, non sono altro che modi alternativi per costruirsi un un luogo sicuro. Una zona franca in cui sentirsi accettati e a cui fare ritorno in caso di bisogno.
Lo stesso protagonista, un classico reietto dal passato burrascoso, si renderà conto di questi meccanismi e pur disdegnandoli non riuscirà mai realmente a sottrarsi a tali dinamiche. Quella di Deadly Class si rivela una storia di ragazzi che provano a prendere a pugni il mondo, finendo poi per ritrovarsi a leccarsi le ferite a vicenda.

Come giustamente rilevato da David Lapham, nella prefazione del primo numero, il lavoro di Craig e Loughridge in questa serie svolge lo stesso compito che una riuscita colonna sonora ha all’interno di film: creare l’atmosfera.
Craig trae ispirazioni dai lavori anni ’80 di autori come Frank Miller o Steve Rude, cercando di riutilizzarne di volta in volta le diverse soluzioni. L’alto tasso di azione e dinamismo delle sceneggiature di Remender lo mettono in condizione di potersi esibire in virtuosismi narrativi di sicuro impatto, oltre che a suddivisioni di tavole per nulla scontate.
Sono i colori di Loughridge però a donare calore alle pagine, a rendere quasi percepibili le sensazioni e le condizioni psicofisiche dei personaggi.

Non c’è da stupirsi che potendo contare su una coppia di autori così al suo fianco, Remender si sia potuto sbizzarrire sull’aspetto che da sempre contraddistingue i suoi prodotti: l’azione pura.
Se in Harry Potter il mondo magico era usato per fornire al classico genere drammatico di matrice adolescenziale una cornice suggestiva, lo stesso ruolo viene assunto, in Deadly Class, dalle arti assassine e dalle sanguinose faide in i protagonisti si ritrovano spesso coinvolti.
Anche se sempre coerentemente incasellate nel complesso globale, assistiamo a vere e proprie esplosioni di violenza incontrollata, che acquistano spesso e volentieri risvolti inaspettati, narrate con un compiaciuto gusto per l’imprevisto.
Improvvise, ruvide e ottimamente dialogate, le scene d’azione hanno lo stesso effetto di una scarica di adrenalina e cadenzano il ritmo della serie con metodo sapiente.

Purtroppo ancora inedita nel nostro paese (ma visto che Bao ha appena tradotto Black Science si spera sia solo una questione di tempo), Deadly Class si compone al momento di 12 albi spillati, di cui i primi 11 già raccolti in due volumi, facilmente reperibili su Bookdepository o su Amazon.

A questo punto credo sia superfluo aggiungere che l’acquisto è caldamente consigliato, giusto?

 

P.S. Deadly Class è stato finalmente tradotto nel nostro idioma, non grazie ai tipi di Bao, come avevo pronosticato, ma da Panini, per la collana 100% HD.

 

 

Deadly Class – Welcome in the Eighties!

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