«Io e te siamo du fiji d’una super mignotta»
Zingaro

Avrò avuto 5 anni quando mio babbo mi lesse l’Uomo Ragno per la prima volta. Neanche me lo ricordo quel numero, c’era il Goblin che faceva casino e l’Uomo Ragno che salvava la situazione, al solito, ma è stato il momento in cui ho capito che Spider-Man era il mio supereroe e lo sarebbe rimasto per sempre, anche se a scriverlo ci fosse stato un incapace.
Non vi sto a spiegare l’emozione che ho provato nel 2002 a vederne il film. Lo vidi tre volte in un giorno: da solo; con il mio migliore amico; con mia mamma.
Sono passati 14 anni da quell’afoso 7 giugno in tutto questo tempo di cose ne sono successe, sia a me che ai supereroi. Oggi essere un nerd fa persino colpo sulle ragazze – e questo credo sia la rivoluzione più importante – ma soprattutto i supereroi sono un fenomeno di massa, e a dimostrarlo è l’attesa sfibrante per la seconda stagione di Marvel’s DareDevil su Netflix (18 marzo, non sto neanche a controllare che me lo sono tatuato in fronte…).
Eppure.
Eppure in Italia i film coi supereroi non si fanno.
Non si fanno perché l’idea dell’uomo che si fa giustizia da solo in Italia non funziona. In Italia si vive di compromesso, lo stesso motivo per cui in Italia il genere Legal non ha mai attecchito. La legge, la giustizia… sono solo degli inconvenienti che rallentano il percorso verso i nostri obiettivi. Ecco perché in Italia ‘ste americanate nun se fanno.
Così quando il 27 febbraio (usciva il 25, lo so) mi sono seduto nel buio del cinema Reposi a Torino, ho capito che quel momento era speciale per me.
Enzo Ceccoti io è 14 anni che ti aspetto.
E non vi nascondo che quando sono partiti i titoli di testa un po’ ho pianto.

È andata esattamente così.

Ma veniamo al film, perché è per quello che siete venuti qui ed è di quello che, giustamente, dobbiamo parlare.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Entriamo nel mood:

Vi giuro c’è gente che ha commentato: “Ma Jeeg Robot è un robottone giallo e verde e giapponese, cosa c’entra quell’incapace di Santamaria?”. Tranquilli ho già provveduto alle loro mamme…

Lo chiamavano Jeeg Robot è il figlio cazzutissimo di Gabriele Mainetti, uno che se nella vita gli dici di no si eccita come me davanti a un poster di Eva Green.
Ci sono voluti sei anni di continue riscritture prima che la sceneggiatura di Jeeg venisse approvata; secondo me è molto più una lezione di vita questa che gli ottanta film di Steve Jobs, ma andiamo avanti.
Sia durante che dopo la visione del film, ho sempre pensato che Mainetti (insieme a Nicola Guaglianone e Menotti) abbia scritto il film tenendo a mente due cose:

  1. Cosa succederebbe se Peter Parker nascesse a Tor Bella Monaca invece che nel Queens?
  2. Mo glielo faccio vedere io che in Italia i supereroi ce ponno ‘sta.

È vero, il film prende palesemente spunto dal Manga di Go Nagai e dal leggendario Hiroshi Shiba, ma è più una dichiarazione di amore al genere del regista che una cosa riscontrabile a livello di trama.
Lo chiamavano Jeeg Robot è infatti un film di genere che più di genere non si può, è un film che – e non è assolutamente un demerito – ha tutti gli stilemi e le caratteristiche del film di supereroi: l’acquisizione dei poteri, la bella in pericolo, il cattivone che vuole dominare il mondo, un eroe che deve trovare fiducia in sé stesso e lo scontro finale a cazzottoni durissimi. Tutte queste cose ci sono, e si ritrovano invariate all’interno del film.
La vera rivoluzione di Mainetti è nel tono del film.

La locandina del film dice tutto: Jeeg Robot è un film sudicio con personaggi miserabili che si segano a giornate sui porno e mangiano solo budini alla vaniglia.

Ladies & Gentlemen, un po’ di Trama senza spoiler:

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria, per l’occasione con due spalle da toro e una panza da bue) è un trentenne disoccupato che abita a Tor Bella Monaca e che per sopravvivere rubacchia quel che può. Proprio durante il furto di un rolex d’oro, inseguito dalla polizia, Enzo si tuffa nel Tevere e finisce dentro a dei barili di rifiuti nucleari sovietici. Dopo un giorno passato a vomitare roba nera e schifosa che sembra petrolio, acquisisce super forza e super resistenza (ovvero i poteri più economici per una casa di produzione).
Nel frattempo, a tre passi da casa sua, ce sta Fabio Cannizzaro, lo Zingaro (un eccezionale Luca Marinelli; un giorno lo vedrete con l’oscar in mano, lo giuro, altro che DiCaprio) un delinquente a capo di una batteria di disgraziati che sogna di diventare un vero e proprio Boss in stile Al Capone, o Totò Riina.
Alessia (una sorprendente Ilenia Pastorelli), una ragazza con evidenti problemi psichiatrici fissata con i cartoni di Jeeg Robot D’Acciaio, figlia di Sergio, membro della batteria dello Zingaro, abita proprio sotto casa di Enzo, e quando il padre lo porta a casa per proporgli un lavoretto, lei si convince che Enzo sia Hiroshi Shiba.
Tutto procede bene, fino a che Sergio non muore durante quel lavoretto facendo perdere un mucchio di soldi allo Zingaro che adesso è in debito con la Camorra. Così le strade di Enzo, Alessia e lo Zingaro si incrociano.
E poi…

E poi andate al cinema a vederlo.

Per far funzionare il film bisognava che tutto fosse italiano. I luoghi, i protagonisti, la colonna sonora, la storia… tutto. E questo c’è, perché Jeeg è italiano nel midollo e non lo fa mai dimenticare allo spettatore.
Nel caso ci fossero dubbi, il film si apre con delle riprese aeree di Roma. Proprio quelle riprese mi hanno fatto capire una cosa: sono a vedere un film.
Può sembrare una cosa scontata, o, per restare in tema, un’emozione da poco, ma è la cosa più importante: Lo Chiamavano Jeeg Robot è un film, un film italiano. Non è un’imitazione con il freno a mano tirato perché la produzione c’ha paura der papa e dell’amici sua vescovi, Jeeg Robot è scomodo quando serve e mette in scena sangue e merda allo stesso tempo, perché servono e fanno parte della storia.
A proposito di merda, la scena in cui Sergio guarda la cacata di cane e ha un’illuminazione è un punto di scrittura altissimo, non so a chi sia venuta in mente ma ditegli bravo da parte mia.

Il film è stato molto amato e giustamente lodato dalla critica, ma discutendo con diverse persone sul film ho scoperto che ci sono molte cose che non sono andate giù, soprattutto nel finale.
Questo però mi costringe a tirare giù una bella spoiler line, chi ha visto il film prosegua, sennò andate al cinema e tornate qui che tanto il sito non scappa.

Quand’è stata l’ultima volta che un film italiano aveva una fotografia così bella? Sorrentino escluso, ovviamente.

Prima di tirare la linea vorrei fare un applauso al casting. A me Santamaria piace come attore, ma capivo anche le perplessità di tante persone che vedono negli attori italiani soltanto degli incapaci o dei bellocci (che poi le cose vanno spesso di pari passo).
In questo film invece il casting è perfetto: Santamaria è un bue flaccido ai limiti del repellente, trasmette esattamente quella sensazione di rifiuto umano che il regista vuole darci a inizio film; Ilenia Pastorelli (che ha fatto il Grande Fratello!) è perfetta nel ruolo di una bambina intrappolata nel corpo sexy di un’adulta, mentalmente disturbata e disturbante, ma pure l’unica capace di vedere davvero l’anima di Enzo svelandone l’Hiroshi Shiba che è in lui; Luca Marinelli è senza dubbio il migliore dei tre, con una recitazione appena sopra le righe, quello che serve per rendere indimenticabile un killer psicotico come lo Zingaro, fondamentalmente fa un un personaggio non troppo diverso da quello di Non Essere Cattivo, ovvero un delinquentello di periferia che sogna una vita più grande di lui, ma la scelta di renderlo un fanatico delle icone pop italiane anni ’80 e della celebrità fine a se stessa («Torna a fa je imitazioni ar Grande Fratello»,«Cojone era Buona Domenica») lo caraterizza in maniera fortissima e chiara tanto quanto i video porno e i budini nel frigo scolpiscono la personalità di Enzo Ceccotti più di mille azioni o parole.

Immenso Casting

Ragazzi, se non avete visto il film andate al cinema, ve ne prego. È tutta la vita che ci lamentiamo che in Italia non fanno mai un cazzo di buono al cinema, qualcosa sta finalmente accadendo: Non Essere Cattivo, Suburra e adesso Jeeg Robot. Qualcosa si sta muovendo, ma se non sosteniamo queste opere al cinema anziché rubarle in streaming, un possibile regista di culto italiano finirà nel cassonetto del Web accanto ai The Pills e Willwoosh.
Per chi invece il film l’ha visto, andate avanti, proprio sotto la…

SPOILER LINE


Ordunque parliamo senza peli sulla lingua.

Persone, che purtroppo stimerei anche, hanno sollevato delle perplessità su tre punti della trama:

  1. L’acquisizione dei poteri
  2. La scena in cui Enzo salva la bambina dall’incidente
  3. Tutto il terzo atto con lo scontro finale

Io, come al solito, sono in disaccordo con tutti loro su tutti e tre i punti e provo a spiegarvi le mie ragioni.

L’acquisizione dei poteri

Sì, cadere nel barile radioattivo (con tanto di simboli dell’Urss) non è l’origine più emozionante di sempre, ma quando mai le origini dei superpoteri sono emozionanti? Peter Parker viene morso da un ragno radiottivo a una mostra scientifica, a Daredevil gli cade un barile di rifiuti radioattivi sugli occhi, i Fantastici Quattro vengono colpiti da “raggi cosmici” mentre sono nello spazio. Dai fanno pena queste origini, però a noi non ci frega, perché l’importante non è come prendi i poteri, ma cosa ne fai.
Pensate al Joker: casca in una vasca piena di acido che gli scioglie la faccia in un perenne sogghigno e gli dona quel fantastico pallore da pubblicità del detersivo, eppure non acquisisce alcun potere, semplicemente “impazzisce” e si dà al crimine. Batman invece, gli uccidono i genitori e lui – pur senza superpoteri – decide di reagire proteggendo Gotham, perché nessuno deve soffrire quel che lui ha sofferto.
Questo mi porta a pensare a due categorie: supereroi che si identificano nella propria origine (Batman, Superman); supereroi per cui l’incidente è solo il giorno in cui hanno preso i poteri (Spider-Man, DareDevil).
Nel primo caso (omicidio dei genitori; essere l’unico sopravvissuto di una civiltà aliena) dà al protagonista un trauma che lo condiziona e che lo costringe ad agire: se batman superasse la morte dei genitori anziché esserne costantemente tormentato smetterebbe di fare quello che fa. Peter Parker invece non è Spider-Man perché lo ha morso un ragno, ma perché Zio Ben è morto a causa di una sua negligenza e il senso di colpa lo distrugge. Peter non deve scendere a patti con un ragno radioattivo, non dà la colpa al ragno per Zio Ben, ma solo a se stesso.
Enzo Ceccotti è come Peter Parker in questo senso: vittima di qualcosa più grande di lui. Si ritrova con dei poteri e non sa neanche che farci. La prima cosa che gli viene in mente è di usarli per rubare meglio, non ci prova neanche ad essere un eroe, sarà Alessia a vedere l’Hiroshi Shiba che è in lui.
C’è anche un altro motivo per l’origine così scarsa dei poteri, ed è una ragione puramente drammaturgica: serviva un modo con cui anche il cattivo ottenesse i poteri. Se Enzo veniva colpito da un fulmine, per dire, poi come faceva lo Zingaro ad acquisire i superpoteri? Correva nudo sotto la pioggia aspettando l’anticiclone delle Azzorre?
Non solo, sia per le origini dei superpoteri che il momento in cui Enzo salva la bambina e torna a fare Hiroshi Shiba è pura burocrazia. Trattandosi di narrazione di genere, questi due passaggi sono obbligati. Mainetti lo sa e decide di non darci peso, perché la questione è sempre la stessa: non è importante il come ma il cosa, non l’azione ma la reazione. Sappiamo che Enzo tornerà a fare l’eroe, fategli fare qualcosa di credibile e non troppo pretestuoso e poi fateci gustare la scazzottata.

La scazzottata finale

Ragazzi, come lo devo dire: è un film di genere. Se scrivi una storia di supereroi, nel terzo atto Batman e il Joker si picchiano, Spider-Man e Goblin si picchiano, Thor e Loki… lo avete capito.
E allora che problema vi dà se anche Enzo e lo Zingaro se menano? Volevate davvero che morisse lungo il Tevere per mano della Camorra? Ma dai…
È vero però che se il film fosse finito con Lo zingaro che si filmava col telefono e poi diceva “Stay Tuned…” con quell’accento romanesco strascisato, Jeeg Robot faceva un rilancio pazzesco per il secondo film che io c’avevo un hype così grosso che mi scordavo pure della season 2 di DareDevil.
Però bisogna considerare che si tratta di un regista pressoché esordiente, e di un film che per la prima volta (il Ragazzo Invisibile è stato utile, ma aveva un altro target) va a raccontare un genere che in Italia non esiste.
L’unica perplessità che ho avuto è stata sulla bomba. Enzo ha la superforza: non poteva aspettare che il timer scendesse a meno dieci e poi scagliarla nell’aria lontanissimo così da farla esplodere in cielo senza danni per nessuno?
Poi ho capito: Enzo è un coglione. È un coglione dal primo all’ultimo minuto del film, anidamo: è uno che prova a riattacarsi il mignolo del piede con lo scotch (bellissimo il ticchettio del mignolo dentro la scarpa) non avrebbe mai potuto pensare a qualcosa di così semplice.

Se poi a voi vi pare intelligente uno così…

In definitiva, che devo aggiungere?
Nulla: speriamo faccia il botto al botteghino. Perché se lo merita. È la dimostrazione che il duro lavoro e il non arrendersi possono portare risultati anche in un Paese dove si cita l’Antico Testamento come fonte giuridica in Senato.

Se invece dovesse andare male, fanculo a voi e grazie Gabriele (scusa ma ormai ti devo dare del tu) perché sono un aspirante sceneggiatore e un giorno spero tanto di scrivere un film bello come il tuo.

Ps: Ma la colonna sonora? Sono venuto in sala.

 

Lo Chiamavano Jeeg Robot: La Recensione
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