Che bello Fire Emblem… oggi (sopratutto grazie al successo travolgente di Awakening, per 3DS) è uno dei brand più forti di Nintendo e si è guadagnato un posto tra “le serie che contano” assieme a Zelda e Mario ma… un tempo non era così.

Salve, sono Troy McLure Fire Emblem. Forse vi ricorderete di me per… no, non credo vi ricordiate.

O meglio, non era così fuori dal Giappone. La saga conta circa una quindicina di giochi, ma solo i più recenti sono usciti fuori da Giappolandia, e l’hanno fatto in sordina; questo creava la curiosa situazione per cui noi europei, giocando a Smash sul cubo ci ritrovavamo tra le mani quei personaggi che… ma chi cacchio erano?

smash bros melee screenshot
Vai Link! Fagli il mazzo a quei due… ehm… tizi che sembrano usciti da Rayearth o the Slayers?

Si tratta di Roy e Marth, due protagonisti dei giochi della serie Fire Emblem… giusto per darvi un’idea di come sono cambiate le cose, se prendete in mano Smash oggi, ci sono tanti personaggi di Fire Emblem quanti Pokémon.

Ma, nel titolo di cui voglio parlarvi oggi, non ci sono né Marth né Roy.

Fire Emblem: the Sacred Stones

Fire Emblem: the Sacred Stones è il secondo gioco della serie ad arrivare in Europa (l’ottavo in totale), uscito per Game Boy Advance nel 2005, completamente tradotto in italiano (il che non è essenziale vista la tipologia di gioco, ma aiuta).

Non nascondiamoci dietro ad un dito: avrei potuto parlare di un qualunque Fire Emblem dato che la tipologia di gioco è sempre la stessa, sia su portatili che su console fisse, con pochissime variazioni – ho scelto questo per una questione puramente affettiva: è stato il primo che abbia mai giocato.

Proprio per questo motivo non spenderò neanche una parola sulla trama del gioco, che è grossomodo la stessa di tutti i Fire Emblem (anche qui, con pochissime eccezioni):

In mondo fantasy pseudo-medievale, un re malvagio di un paese finora pacifico invade il pasese vicino cogliendolo di sorpresa e conquistandolo. Il principe/principessa di turno riesce a darsi alla fuga e, durante il suo esilio forzato, radunerà un piccolo esercito con cui alla fine riconquisterà il suo regno e, già che c’è, salverà pure il mondo da una qualche forza malvagia e/o demoniaca.

Eh già, come avrete notato, non c’è alcun “Emblema di fuoco” nella trama. O meglio, c’è ma solo nel primo (che da noi è arrivato in un Remake dal titolo “Shadow Dragon”, per DS) e non è neanche troppo importante… ma faceva figo il nome, quindi è rimasto.
Esatto, proprio come in Final Fantasy non c’è alcuna fantasia finale e in Kingdom Hearts della faccenda dei cuori non gliene frega niente a nessuno.
Detto questo, possiamo parlare delle cose serie: il gameplay.
Si tratta di uno strategico a turni: il giocatore deve muovere i personaggi su una specie di scacchiera, conoscendo le probabilità (in percentuale) che ogni personaggi ha di uccidere un dato nemico, e cercando di raggiungere l’obiettivo della mappa (che solitamente è “ammazza tutti” o “porta il protagonista in un certo punto”).
Detto così sembra una roba banale e anche noiosa, quindi metto un video nella speranza di farvi capire meglio (non ho idea di chi sia il ragazzino che commenta, è il primo video che ho trovato)

Intendiamoci, non è un gioco per tutti: si tratta di una tipologia MOLTO LENTA, riflessiva, che implica il ragionare prima di agire – quindi se cercate un action veloce, lasciate perdere perché qui siamo proprio all’opposto.
La particolarità dei Fire Emblem è che si può salvare la partita solo all’inizio e alla fine di ogni mappa.
Questo è un aspetto fondamentale del gioco, e rappresenta l’80% della difficoltà di questi titoli: non potete salvare, provare una “mossa”, spegnere e poi cambiare idea – se ci provate, verrete rimandati all’inizio del livello. Per questo motivo sconsiglio vivamente di provare questi giochi sugli emulatori: la possibilità di salvare ovunque è una tentazione troppo forte, sopratutto negli ultimi livelli, e vi perderete gran parte della sfida.
Un’altra particolarità di questi giochi è il fatto che i personaggi che vengono uccisi durante una mappa non saranno più disponibili nelle successive, ma proprio mai (così come i personaggi che possiamo reclutare: se per qualche motivo li dovessimo lasciare sul campo, adios, bònacisi; non li potremo ritrovare mai più). Quindi il gioco può prendere pieghe molto diverse proprio a seconda dei personaggi che, avanzando nel gioco, avremo (o non avremo) a disposizione: scelte come chi schierare in una certa battaglia diventano fondamentali, così come chi allenare e chi “lasciare in panchina”.
Fire Emblem è un gioco tattico, una sorta di “partita a scacchi”, e la bellezza del gioco sta tutta lì.

 

Quindi, se la tipologia vi incuriosisce… vi consiglio caldamente di provare un Fire Emblem. Magari partendo proprio da The Sacred Stones, o da uno dei titoli per console casalinghe (attenzione però – le trame di quello per GameCube e quello per Wii sono collegate, quindi occhio) – oppure di attendere l’uscita di Fire Emblem Fates, che uscirà a fine maggio su 3DS in due versioni

Venerdi retro – Fire Emblem: the Sacred Stones
Tag:                     

Un pensiero su “Venerdi retro – Fire Emblem: the Sacred Stones

  • 29 Marzo 2016 alle 16:51
    Permalink

    Serie che mi ha sempre ispirato un casino, ma che ogni volta mi fermo dall’acquistare perchè non so se mi possa realmente piacere il gameplay.
    Non sono mai stato un grande fan dei giochi a turni, al massimo mi sono cimentato nei turni dei combattimenti dei final fantasy. Addirittura i primi due fallout mi creavano qualche difficoltà e la mia scarsa pazienza da ragazzino mi ha portato ad abbandonarli dopo minuti.

    Quindi mi trovo qui…un gioco che mi ispira capitolo dopo capitolo, un costo mai irrisorio trattandosi di roba che esce per console nintendo, un tipo di gameplay che non so se mi possa piacere…un casino.
    Soprattutto leggendo tutte quelle recensioni che dicono “anche a me non piacciono i giochi a turni, MA QUESTO….”….hAlp.

    Rispondi

Rispondi