Prima di tutto, alziamo il volume:

Com’è che un critico musicale e giornalista videoludico si trasforma in uno sceneggiatore di fumetti?

Semplice: facendogli scrivere una serie sulla musica.

Il “super-british” Kieron Gillen, prima di diventare uno dei nomi di punta della Marvel, grazie al suo lavoro su serie come Journey into Mystery o Iron Man, e un autore di successo anche in ambito indipendente (The Wicked + The Divine), si destreggiava con un certo riscontro di pubblico e critica fra le pagine di Rock, Paper, Shotgun o scrivendo di musica a zonzo per il web. Un bel giorno succede che il Nostro incontra Jamie McKelvie (sì, ok, la sto un po’ romanzando), altro suddito della Regina, talentuoso disegnatore, che aveva già al suo attivo due lavori pubblicati da Image Comics: Loss, contenuta nella raccolta Four Letters Worlds, e Long Hot Summers, GN sceneggiata da Eric Stephenson, uno dei boss della stessa casa editrice.

Dall’incontro dei due nasce quel folle viaggio nella scena musicale inglese conosciuto come Phonogram.

The Wicked + The Divine L’ultima serie di Kieron Gillen. Indovinate un po’ chi la disegna?

Phonogram è una serie a fumetti edita dalla Image Comics, composta per adesso da tre archi narrativi, con protagonista David Kohl, un phonomancer; un mago con poteri e abilità legati strettamente alla musica, e visto che stiamo parlando di un prodotto che non perde occasione per sbandierare la sua origine britannica, in special modo a tutto quel movimento musicale conosciuto come Britpop.

A dire il vero, questa caratteristica finisce per gravare fin troppo sul primo capitolo della serie, Rue Britannia (l’unico arrivato anche da noi, in Italia, per Edizioni BD): Britannia, Dea Madre del Britpop, è scomparsa da ormai dieci anni, in concomitanza con la fine del periodo d’oro del movimento; un gruppo di maghi nostalgici, noti come retromancer, è però intenzionato a riportarla indietro e David Kohl, impegnato fino a quel momento a farsi abbastanza i fatti suoi, finisce per rimanerci in mezzo.

Il plot intriga mescolando elementi urban fantasy, presi di peso da opere come American Gods di Neil Gaiman, a un background fatto da pub semisconosciuti dove la birra scorre a fiumi, performance live di gruppi o Dj misconosciuti, popolati da hipster, punk, “fighetti” imbellettati, fan dei The Who e altri tizi in giacca di pelle d’ordinanza.
Il problema è che il sottotesto musicale è talmente invasivo, tra citazioni di canzoni, rimandi alla vita dei musicisti (e sono veramente tanti quelli tirati in ballo: da Morrissey a Ian Curtis, dagli Stone Roses alle The Pipettes) e dialoghi composti utilizzando brani di canzoni, da rendere la vicenda comprensibile solo dai musicofili più accaniti.
La scrittura di Gillen è ancora acerba, l’intreccio è confuso e non viene nemmeno chiarita bene la natura o il funzionamento preciso dei poteri di Kohl. McKelvie è un cavallo di razza e si vede, ma il b/n penalizza troppo il suo stile che gioca sul  minimalismo e la piattezza (quasi un “effetto 2D”) delle anatomie.

Insomma, buono spunto ma c’è bisogno ancora di sistemare il tiro.
Cosa che succede puntualmente con il secondo volume: The Singles Club.

Il nuovo arco narrativo è concentrato tutto nello spazio di una serata, all’interno di un locale, durante l’esibizione del Dj-Phonomancer noto come Seth Bingo.
Kohl questa volta è sfruttato solo come personaggio di contorno, e in ognuno dei sei albi che raccoglie il volume, viene usato un punto di vista diverso; i protagonisti, tutti phonomancer meno uno, sono una serie di adolescenti presi in un momento determinante della loro vita, le cui esistenti finiscono per essere determinate, in un modo o nell’altro, dalla musica. A ognuna delle sequenze è anche legato uno specifico brano, che oltre a identificarsi come ideale colonna sonora, direziona tematicamente la lettura (anche qui la selezione è ricercata, con pezzi come Konichiwa Bitches di Robyn o We Share our Mother’s Health dei The Knife).
L’elemento citazionista è sempre presente, ma stavolta si inserisce organicamente nell’architettura complessiva; le diverse personalità raccontate sono indubbiamente intriganti e i dialoghi si rivelano, in più di un’occasione, destabilizzanti.
McKelvie stavolta è assistito ai colori da Matthew “Matt” Wilson (che lo accompagnerà anche su The Wicked + The Divine) e i risultati si vedono: le figure si distinguono dagli sfondi con maggiore nitidezza, le potenzialità espressive del tratto sono amplificate e nel complesso le tavole acquistano un sapore patinato e “super-pop”.

Dopo un periodo di relativo silenzio, dovuto principalmente ad altri impegni autoriali, Phonogram ha eretto un nuovo wall of sound nel 2015, quando Image ha immesso nei negozi il primo numero del terzo ciclo: The Immaterial Girl, focalizzato stavolta sul personaggio di Emily Aster e raccolto poi in volume unico nel mese d’agosto dello stesso anno.

Se non potete fare a meno di indossare gli occhiali a goccia e gli stivaletti alla Beatles tutte le volte che uscite di casa; se usate la bandiera inglese come coperta e se la prima spilla con cui avete bucato il vostro zaino è quella dei The Who, allora Phonogram sarà sicuramente una lettura che non vi farà rimpiangere i soldi spesi.

Ci sarà solo da turarsi il naso per un volume (o sperare che qualche editore traduca anche gli altri due), ma poi il piacere sarà assicurato.

Loro approverebbero

 

I Consigli del Martedì: Phonogram di Kieron Gillen e Jamie McKelvie

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