Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Fight Club, 1996

E’ dura confrontarsi con il mito.

Specialmente quando il mito è un’opera sola e non un corpus. Wanted, Blade Runner, The Dark Night Returns; tutte opere singole che hanno quasi dato inizio ad un culto. Come fare un secondo capitolo, combattendo fra la pressione dei fan di volerne ancora, e il voler evitare di plagiare se stessi? Meglio va alle saghe, che almeno possono contare su un universo espanso. Certo è, che per fare un nuovo Guerre Stellari, per non sbagliare hanno praticamente rinunciato ad ogni idea nuova e fuori dagli schemi. Presto invece uscirà Blade Runner 2 (Harrison, please, don’t. Just, don’t.), e i nuovi capitoli del Cavaliere Oscuro di Miller pubblicati in questi mesi vincono ma non convincono.

E poi c’é questo libricino, questo Fight Club, diventato orma un culto, una filosofia, uno dei pochi libri (qualcuno ha detto “Arancia Meccanica“?) il cui film é al pari livello. Meglio? Peggio? Io direi complementari. Ma questa è un’altra faccenda.

Nel 1996 uscì Fight Club.
Era una notte buia e tempestosa e si iniziava a discutere dei problemi generazionali che 10 anni dopo con le prime crisi economiche sarebbero diventati ancora più evidenti, con schiere di psicologi ed economisti pronti a parlare di Mid-twenty crisis e generazione perduta. Buffo, vent’anni dopo leggo le parole di Draghi e sento Tyler sussurrarmi all’orecchio, mi dice che siamo una generazione che vive secondo canoni ormai avulsi dal nostro tempo (leggere Zerocalcare per referenze), cresciuti da film e televisione. E nel 1996 sono esistevano ancora questi social network e i cellulari che non ci permettono mai di perderci. Mi chiedo come sarebbe Fight Club se lo scrivessimo oggi. E come me se lo sono chiesti tanti.

Insomma, il libro e il film, sono ormai pilastri della cultura pop con la quale siamo cresciuti, e il nostro Palahniuk ci delizia con un secondo racconto, e lo fa CON UN FUMETTO. Forse aveva paura a confrontarsi con il libro, sicuramente il film non sarebbe stato possibile: un cast cosi perfetto, con un regista cosi in palla ti esce una volta nella vita.

Cosi si va sul fumetto, 10 numeri pubblicati dalla Dark Horse, da leggere tutti di un fiato. E l’ultimo numero è uscito da poco in America. Sono tanto forte, non me lo sono divorato albo albo, ho aspettato finisse. Poi, una sera l’ho letto. E ovviamente, non ho spento la luce fino alla fine.

Che ne penso?

In breve: tanta storia, poco messaggio.

Il fumetto riparte 10 anni dopo la fine del libro, Il protagonista (che qui prende il nome di Sebastian) si è sposato, ha un figlio, prende le pillole per reprimere Tyler. È parte della società disprezzata nel primo libro. Ma ovviamente Tyler è vivo e trama nell’ombra.

La vicenda prende, approfondendo la figura di Tyler; ci sono molti riferimenti (fan service) al primo episodio; è una serie ben disegnata; merito di un ottimo Cameron Stewart; ha dei punti altissimi di meta-testo: Palahniuk si auto inserisce, è dissacrante, si prende in giro, prende in giro quello che è diventato, gioca sul principio di Tyler come archetipo innato nell’uomo. Tutto bellissimo, Ma non è quello che a reso celebre il libro.

Nessuno ha amato alla follia il libro per la storia, ma per il messaggio.
Fight Club è il messaggio.

Sia il film che il libro ci spronavano a non accettare passivamente ciò che ci viene detto, a cercare la nostra strada, combattere contro i nostri genitori e le imposizioni che rappresentano. Siamo parte di una generazione che, proprio perché cresciuta nel benessere, senza guerre o carestie, non ha fame. Il protagonista invece cerca il suo posto nel mondo, ma fuori dagli schemi dogmaticamente condivisi. Il messaggio viene urlato, ti entra nelle ossa. Ti senti sporco dentro (“per quanto noi ci sentiamo assolti, siamo sempre coinvolti”, cantava De André, chissà se Palahniuk  l’ha mai ascoltato).

Tutto questo, in Fight club 2, non c’è, o resta a margine.

Non fraintendetemi: nonostante questo resta una buona serie, intelligente e ottimamente disegnata, anche se penso che il classico stile narrativo di Palahniuk, assolutamente non lineare, si presti poco alla trasposizione fumettistica..

Di sicuro comprerò l’edizione italiana (se ne occuperà BAO), e l’aggiungerò alla mia biblioteca; ma non è Fight Club, è quasi una fan-fiction o un what if. Se riuscite a non farvi condizione da questo, durante la lettura, allora compratelo senza remore.
Se invece per voi Fight Club è un’opera d’arte, e non riuscite a non confrontarli, evitate e compratevi piuttosto altri romanzi di Palahniuk (Survivor è il mio preferito, ve lo consiglio).

Caro Chuck, lo hai capito bene: Tyler ci sopravviverà.

Fight Club 2 – La Recensione (No Spoiler)
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