Sette Maghi
di Halldór Laxness
Iperborea
pp. 160, euro 16,00

“Aveva una bocca insolitamente grande, e quelle fauci mostruosamente larghe che lasciavano scoperte le gengive chiare e i denti tozzi, sani ma consunti, sarebbero state perfettamente consone a una bestia da incubo, se non fosse stato per quella caratteristica unicamente umana che non si può definire altrimenti che come sorriso, eppure il suo non era un sorriso di quelli che si vedono tutti i giorni, ma un accostamento di elementi opposti. In quel sorriso si celava una falsa modestia che era tutta affettazione, un’indulgenza distante e al tempo stesso giocosa, come quando si sorride a un infante per il quale non si prova affetto, misto al gelido scherno di chi finalmente, dopo lunghe persecuzioni e dure battaglie, tiene in pugno il nemico.”

Una delle poche regole da seguire quando si scrive una recensione è quella di non iniziare con una doppia citazione; il perché è presto detto: la citazione deve servire da assaggio, restituire il sapore dell’autore.

Si dà il fatto però che, quando ho girato la pagina conclusiva di Sette Maghi, un’antologia di racconti scritti dal premio Nobel islandese Halldór Laxness pubblicata nel 1945 e tradotta in Italia, per Iperborea, da Alessandro Storti, un singolo pensiero mi è subito balzato in testa: Borges avrebbe amato questo libro.
Dato che siamo nel 2016, sono andato subito a digitare su google il nome dell’autore seguito da quello del vate argentino e il risultato è stato:

In un paesaggio di ghiacciai che scendono in mare e vulcani attivi, di tanta luce e tanta notte, il rapporto tra umanità e natura segue logiche differenti dal bilanciato equilibrio mediterraneo. E però, sarebbe suggestivo pensare alle storie raccolte a partire da quell’800 dopo Cristo come pendant con l’800 avanti Cristo omerico, gli scaldi come gli aedi, Snorri Sturluson come Demodoco alla corte dei Feaci, cantori di un universo arcaico e di una plausibile verità storica. Ci fu una vera guerra di Troia, per quanto ammantata di epos, come ci furono le lotte di predominio in terra d’Islanda, e la splendida corte di Priamo col famoso tesoro non doveva essere tanto diversa da un’opulenta fattoria nell’ovest dell’isola dei ghiacci, dove cresceva l’erba migliore a nutrire una razza di pecore unica al mondo, mai bastardata, neppure oggi, con altre. Come dice Bill Holm, scrittore e musicista islandese d’America, «le pecore come la lingua» , incontaminate! È un altro tratto di distinzione, un’anomalia, che la lingua degli scaldi, i poeti del Medioevo islandese, sia perfettamente comprensibile a un cittadino di Reykjavik oggi, molto più di quanto Dante sia alla portata di uno studente italiano delle medie superiori, che non se la cava senza le note.
Come dire? Il flusso di racconti ha cominciato a scorrere mille anni fa, ha prodotto una letteratura potente, che narra la Storia attraverso le storie con un metodo: esporre fatti e mai spiegazioni di fatti. La psiche sembra tagliata fuori dall’interesse narrativo, a vantaggio degli avvenimenti posti in rigorosa sequenza cronologica: niente sottolineature, niente rimandi, conta la fabula e non l’intreccio. Al lettore tocca trovare e riconoscere i nessi. Borges è affascinato da tanta consequenzialità e da un filone stilistico che anticipa il romanzo realistico dell’Ottocento, quasi che il fiume carsico abbia percorso il tempo da un remoto Medioevo barbarico all’Europa affacciata al positivismo. Flaubert, nel suo realismo secco e penetrante, è un inconsapevole seguace di una letteratura nata tra i ghiacci del nord. Ma è ancora più esplicito e coerente tale carattere nei narratori islandesi del XX secolo.
Quando Borges scrive il suo trattatello (che tra l’altro, nella sezione germanica, sarebbe utilissimo ai wagneriani che accorreranno nell’estate scaligera al rito del Nibelungen Ring), la scena letteraria d’Islanda è dominata da Halldor Laxness, premio Nobel nel 1955. Basterebbe lui a declinare quanto un patrimonio letterario, una capacità inventiva e una sapiente, fantasmagorica vena narrativa di nuovo sgorghino da questa strana regione.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-12-02/lisola-narrazione-081913.shtml?uuid=AbQq6M8G

In effetti, è indubbio che il vero protagonista di ognuna delle otto storie che compongono l’antologia è l’amore stesso per l’arte del narrare; in una dimensione fiabesca dominante, soprattutto nei testi di apertura e chiusura, La scoperta dell’India e Temucin torna a casa, si alternano le fortune alterne di personaggi singolari, spesso strappati alla storia stessa, in spaccati così vividi da restituire ritratti in grado di trascendere vincoli geografici e temporali. 

Raccontando di smemorati vicari imperiali, surreali intrallazzatori, pifferai mefistofelici, garzoni battaglieri e conquistatori inermi di fronte alla morte, Laxness ci descrive un’umanità assurda, intrisa di controsensi e alimentata da pallidi desideri, in cui l’elemento metafisico fa sovente la sua necessaria comparsa, evocato dalla prospettiva degli stessi protagonisti, incapaci di limitarsi a vedere le cose per quello che sono.

Dal linguaggio delle fiabe, l’autore riesce a carpire l’atemporalità: esattamente come in Borges, le coordinate fornite nelle diverse ambientazioni finiscono per dissolversi nelle pieghe della narrazione, rendendo le vicende dei personaggi potenzialmente riadattabili a ogni epoca e a ogni terra.

Ed è forse questa la magia più potente incisa in quest’antologia-grimorio: il tentativo dell’uomo di sottrarsi alla perentorietà del tempo attraverso la pratica del racconto.

I Consigli del Martedì: Sette Maghi di Halldór Laxness
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