Autore: Emily Hughes
Traduttore: Maria Chiara Rioli
Editore: Settenove
Prezzo di Copertina: 15,00 €
Anno di Pubblicazione: 2015
Pagine: 40

Half savage, and hardy, and free

Chi circoscrive gli albi illustrati a un pubblico prettamente infantile, pecca di superficialità.
In Selvaggia, della brillante disegnatrice hawaiana Emily Hughes, si parla di senso d’appartenenza e di percezione d’identità. La bambina protagonista – occhi enormi, e disordinati, rampicanti capelli verde ortica – nasce nel bosco, ed è “la cosa giusta”. In tal senso l’aggettivo che le dà il nome afferisce a un modo arcadico e pànico di approcciarsi alla dimensione naturale – deliziosamente “leitmotivico”, se si pensa anche solo al Walden di Thoreau! I corvi le hanno insegnato a parlare, gli orsi a nutrirsi e le volpi a giocare: è interamente fusa all’elemento che la circonda, in armonia con la propria indole e, perciò, perfettamente felice: una joie de vivre che deriva dalla comprensione dell’habitat d’appartenenza e da un’immediata e spontanea adesione a esso.

 

“Lei capiva ed era felice.”

Ma un giorno i capelli della bambina, suo peculiare tratto distintivo, restano impigliati in una tagliola e la rendono prigioniera. Selvaggia viene, così, strappata alla foresta che è la sua casa, e trapiantata in un contesto urbano: adottata da una coppia di civilizzati e impastoiati umani di città; oppressa in particolare da “lui”, un inquietante psichiatra dai metodi decisamente primitivi. Questo momento della storia è essenziale a mettere in luce l’auto-consapevolezza della protagonista: il nuovo ambiente che la ospita non la rappresenta, la sua nuova famiglia la trova strana quanto lei trova strani loro. Viene fatta oggetto di studio e tentano, perfino, di sottometterla e addomesticarla – simbolico, in tal senso, lo strigliarle e acconciarle i capelli. I genitori adottivi vogliono, quindi, non solo imporle un’identità estranea, ma rappresentano un metodo d’approccio alla conoscenza e alla civiltà costrittivo e sterile – e l’estro della Hughes lo esplicita meravigliosamente, per mezzo delle illustrazioni. Basti pensare al tratto e al colore: vivido, sinuoso nelle illustrazioni che riguardano la vita selvatica, quanto plain, squillante, pregno di tinte pastello – Kubrik e Burton insegnano – nel raccontare la sua prigionia domestica e i tentativi di standardizzazione.

“Facevano ogni cosa nel modo sbagliato! Parlavano nel modo sbagliato. Mangiavano nel modo sbagliato Giocavano nel modo sbagliato.”

Ma l’individualità della bambina – che mai mette in discussione la propria percezione del mondo o la propria natura – trionfa. Selvaggia, infatti, ne ha presto abbastanza e non si lascia fiaccare dai futili tentativi d’assoggettamento: sceglie la ribellione e, riscattando all’oppressiva vita cittadina anche gli animali domestici della famiglia d’adozione, fugge facendo ritorno alla sua foresta.

All good things are wild and free.

Una storia che tocca il cuore – almeno il mio, rattrappito e arboreo – tanto straordinaria perché ha da insegnare ai lettori più piccoli come ai più grandi. La protagonista differisce dal modello di bambina-oggetto che ci è stato abbondantemente propinato sin dalla notte dei tempi – capelli perfettamente acconciati, modi da signorina, nessuna aspirazione o pretesa d’indipendenza. Selvaggia è un grido di battaglia, un’incitazione a rispettare la propria identità, senza compromessi: non sempre si nasce nel luogo cui apparteniamo o che ci rappresenta. La realtà per noi più consona dev’essere perseguita senza temere di andar à rebours – si tratta della nostra felicità e non è sano non ascoltarsi. In tal senso un breve estratto di Donne che corrono coi lupi della Estés – cantadora e psicoanalista junghiana – è più che chiarificante

Non c’è nulla che non vada bene nella anatre, assicuro e neanche nei cigni. Ma le anatre sono anatre e i cigni sono cigni. Talvolta, per meglio chiarire le cose, devo ricorrere ad altre metafore. Mi piace usare quella dei topi. E se fossi stata allevata dal popolo dei topi? E tu fossi un cigno? I cigni detestano il cibo dei topi e viceversa. Non hanno alcun interesse a stare insieme, e se capita non fanno che tormentarsi a vicenda. E se, essendo un cigno, dovessi far finta di essere un topo? E dovessi far finta di essere grigio e peloso e piccolino? E se non avessi una lunga coda sinuosa da inalberare nei giorni stabiliti? E se dovessi camminare come un topo, e invece vai ondeggiando? E se dovessi parlare come un topo , e invece emetti solo grida stridule? Non saresti forse la creatura più infelice del mondo?

Selvaggia non ha paura di perseguire la propria fortuna, a discapito della strada comunemente più percorsa – che abbia scelto, con gioia, la less travelled road? – né di apparire diversa: è fiera della propria selvatichezza. Quello che Emily Hughes ci sta dicendo è di rispettare la nostra verità e spogliarci di ogni attitudine posticcia. Selvaggia è una lottatrice e ha vinto, alla fine: si può starne certi che non si lascerà intrappolare una seconda volta.

Selvaggia – Una consapevolezza fiera
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