Le donne non diventano mai mostri d’arte, perché i veri mostri d’arte si preoccupano solo di arte, e mai di cose terrene. Così profetizza, per bocca di un suo Io-narrante, la Jenny Offill di Sembrava una felicità; niente di tutto ciò riguardò mai Angela Carter, che mostro d’Arte fu – e con considerevole impeto.

I’m born a fabulist.

Nata a Eastbourne, nel 1940, Angela Carter fu l’intensamente amata e profondamente viziata figlia di Hugh Carter, giornalista, e di sua moglie Olive. Durante la guerra visse assieme alla nonna, nel tetro Yosrkshire: una “granny” che amava raccontarle storie – non un caso che, nelle sue opere, le nonne abbiano connotazione positiva e ruolo primario, diversamente dalle madri. Olive fu una presenza opprimente: cercò di rendere la giovane Angela dipendente, facendola ingrassare tanto che divenne – come ricorda la cognata – enorme. La ribellione assunse le forme dell’anoressia: Angela non ebbe mai un rapporto semplice con il cibo.

La sua vita di scrittrice ebbe inizio attorno ai vent’anni, a Bristol, dove si era trasferita assieme al suo primo marito, Paul Carter. A Shadowdance, la sua opera d’entrèe,  pubblicata nel 1966, seguirono altri due romanzi che rivelarono il suo talento, malgrado la scarsa risonanza che riscossa nell’estabilishment letterario di allora.
Era timida. Leggermente balbuziente, alternava una reticente goffaggine a selvaggi slanci di schiettezza – memorabile quando attaccò bottone con Antonia Susan Byatt e contestò il suo modo di far letteratura.   Nel 1968 vinse il Somerset Maugham Award, utilizzando i soldi del premio per volare fino in Giappone; lì rimase fino al 1972, mettendo fine a un matrimonio fallimentare – lasciando, durante il viaggio di ritorno, l’anello nuziale all’aeroporto, in un posacenere – e  sbarazzandosi così di Paul Carter che, come scrisse liquidando la questione, Aveva un bambinesco mulino a vento al posto del cuore.

Mi chiamo Angela Carter. Ti ho riconosciuta e ci tenevo a fermarti e dirti che il genere di cose che stai facendo non vanno bene, non vanno bene per niente. Non c’è niente dentro – questa non è la direzione dove sta andando la letteratura

A. Carter a A. S. Byatt

Il viaggio in Giappone la cambiò come donna e come scrittrice: ebbe relazioni amorose, lesse Borges e trovò nella cultura nipponica una commistione di delicatezza e violenza che ne accese la fantasia, scalfendo la fitta maglia del suo realismo narrativo. Le opere che, dal 1972, videro la luce, divisero la critica; divenne una scrittrice di culto. Fu, certo, una femminista, ma le sua relazioni con Le Sorelle – così le chiamava – furono effimere: il suo modo di vedere era troppo peculiare per poter essere ortodosso.  Era intelligente, geniale, e lavorava duramente per vivere da freelance – trascorreva la maggior parte del suo tempo china sulla macchina da scrivere, accanto a un posacenere traboccante di sigarette. Sopravviveva, ma i tempi della fatidica stanza tutta per sé erano lontani. Certamente un’identità, quella della Carter, frammentaria e forse contraddittoria: era schietta e poco incline alla confidenza – considerava il povero Ian McEwan assolutamente sopravvalutato, ma era amica ed estimatrice di Salman Rushdie – e, a dispetto del suo desiderio di controllo per quanto riguarda le relazioni interpersonali, era indifesa in molte altre situazioni, proprio come il mostro d’arte dei mostri d’arte, Vladimir Nabokov. Angela non sapeva andare in bicicletta e durante la sua terza e ultima lezione di guida distrusse un muretto di mattoni – non tutti i mali vengono per nuocere: a riparare il danno fu Mark Pearce che divenne il suo secondo marito. Ebbero un figlio nel 1983 e, malgrado le vibranti proteste dei suoi molti ammiratori, Angela Carter si ritirò a vita privata, felicemente.

Nel 1991 le fu diagnosticato un cancro ai polmoni; morì l’anno seguente.

 

Di chi parliamo quando parliamo di Angela Carter
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