Darusja la dolce - Keller Editore

Titolo: Darusja la dolce
Autore: Marija  Matios (traduzione italiana di Francesca Fici)
Editore: Keller Editore
Prezzo di Copertina: 15,50 €
Anno di Pubblicazione: 2015
Pagine: 227

Darusja la dolce è seduta nell’aiuola in mezzo ai fiori, a pochi passi dalle due donne, intreccia e scioglie la sua treccia ormai rada e grigia, sente che parlano di lei e di tanto in tanto se la ride. Sono loro, le sue vicine, che non hanno sale in zucca né Dio nel cervello, perché pensano che sia scema. Ma lei non è scema, Darusja è dolce.

Un fato ineludibile

In un villaggio della Bucovina, paese dalla multi-identità, le giorgine crescono floride e allegre: sono i bulbi che Darusja la dolce ha portato ai compaesani, alle case in cui i fiori non sbocciano. Bulbi che ha protetto dal freddo tenendoli coperti contro il petto: un fiore vivo è come un bambino.

Questa l’apertura di un dramma in tre atti in cui passato e presente restano strettamente annodati. Matios descrive una protagonista degna della più alta verve letteraria: Darusja è un inetto novecentesco, un agnello sacrificale, un idiota alla Myškin, una santa e, soprattutto, un’eroina tragica condannata dalla nascita in un’opera che, innervata dal grecismo, prova l’impossibilità di eludere il fato.

Una sommessa panteista votata al silenzio – come Edipo fu votato alla cecità – che si cura con alberi, terra ed erba, che ha perso la voce ma pensa continuamente e non parla se non davanti alla tomba del padre morto, l’unico che l’ha amata.
Una storia di una bellezza rara e commovente.

Maria Matios – l’autrice
Echi tragici: Matios, Eschilo e Sofocle

Ma esiste una regola, secondo la quale se una persona sta bene, c’è sempre un nemico che vuole il suo male. E non serve essere indovini, né fare sortilegi. Basta una sola lingua che sa come muoversi in bocca, al resto ci pensa la gente. (…) No, non c’è satana che abbia tanta forza, quanto la gente semplice al tempo dell’invidia, dell’odio e della vendetta.

L’eco tragica, in “Solodka Darusja”, è roboante.

Il coro – la voce del villaggio, delle comari, dell’invidia: è il popolo che fa da burattinaio occulto – mormora l’infelicità annunciata che colpisce Darusja e che ha colpito, prima di lei, i suoi genitori. Il motore dell’azione tragica è il lento cammino di una colpa atavica che risale a Matronka, la madre, rea di non essersi uniformata alle consuetudini.

Dopo sposata la donna deve andare in giro col capo coperto.

L’insubordinata va punita, come punito va il marito, Michajlo che peccava perché la pettinava come una bambina piccola, perché era felice e non aveva occhi per altro, perché ha preso per moglie una straniera indisciplinata. E se la gente, il coro padrone dell’azione, ha rovinato Matronka e Michajlo, ha di certo rovinato anche Darusja che, infelice e muta, sconta da sola i peccati del mondo – non le è concessa possibilità di autodeterminarsi. Così avveniva nel teatro Eschiliano: i comportamenti destabilizzanti devono essere brutalmente sanzionati.

Prettamente eschiliano è, anche, il concetto di colpa che dal romanzo si può far derivare: l’eccesso di felicità – quello dei genitori – non è mai visto con occhio benevolo: la colpa  ereditaria viene sempre punita, seppur con ritardo. Con sapienza, sul filo della contraddizione, la Matos tocca tematiche più sofoclee: gli aspetti di necessità che legano l’uomo al destino: l’eroe tragico – in questo caso Darusja – stimola una visione già laicizzata.

Il fato non può essere eluso.

«Nonna, ma la nostra Darusja la dolce è così muta e scema fin dalla nascita?»

«Non dalla nascita, ma da quando l’ha voluto il destino.»

Federica di Martino e Pia Lanciotti nell'Elettra diretto da Gabriele Lavia (2016)
Federica di Martino e Pia Lanciotti nell’Elettra diretto da Gabriele Lavia (2016)
La storia in guerra con l’individuo

Se è vero che è stata l’invidia a rovinare Matronka e poi Darusja, è vero anche che entrambe sono vittime degli eventi. Andrej Kurkov, nella postfazione, racconta la Bucovina: una terra liminale facile da governare, che non si è mai ribellata, vittima di un’acquiescenza che deriva dalla convinzione che ribellarsi a chi è onnipotente è inutile. Una regione dell’Ucraina che, come l’Ucraina stessa, è sempre stata vittima di poteri e autorità:  dapprima, agli albori del Ventesimo secolo, la Bucovina era parte dell’Austria come Terra della Corona – e di conseguenza dell’Impero Asburgico. Gli abitanti passavano con disinvoltura dal tedesco all’ucraino, allo yiddish, al rumeno. Con l’avvento della Prima guerra mondiale – addio al plurilinguismo – la regione venne occupata due volte dall’Esercito imperiale russo: fu lotta aperta con l’Austria, una faida che richiese un ingente tributo di vite umane.

Con la fine della Grande guerra e il crollo dell’Impero austro-ungarico la Bucovina, il 3 novembre 1918, è annessa alla Repubblica Popolare Ucraina, ma la Romania ne assume il controllo lo stesso 7 novembre. Nel 1919 la regione viene nuovamente divisa e la parte abitata dagli Hutsuli passa alla Polonia: le frontiere cambiavano con la stessa velocità dei rapporti di forza. Quindi, lo stesso anno, la regione torna alla Romania che intanto ha consolidato i propri poteri: il rumeno diviene la lingua ufficiale, le altre lingue si tramandano di nascosto.

Nel 1939, firmato il patto Molotov-Ribbentrop, la Bucovina settentrionale, divine parte della Romania nonché meta per ebrei e galiziani in fuga. Nel 1940 i confini sono spostati e la popolazione resta in balia della potenza russa comunista e della Germania nazista. Dopo l’occupazione sovietica tornano le truppe rumene, alleate col Terzo Reich. Nel 1947 la popolazione è colpita da carestia e trasferimenti forzati nelle miniere e nelle fabbriche dell’Ucraina orientale e della Russia: la pace arriva solo con l’indipendenza ucraina, siglata nel 1991.

Il gorgo degli eventi, la storia, agisce contro tutto ciò che è morbidezza, tolleranza, dolcezza: il suo obiettivo ultimo è l’annientamento.
Questo, secondo Kurkov, il significato dell’opera.

Uno scorcio della Bucovina
Fra Ucraina e Romania, con la voce di Eschilo – Darusja la dolce di Matios
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