Nella scena del fumetto seriale americano, esistono una serie di sceneggiatori in grado, non solo, di monopolizzare le attenzioni del fandom, catalizzando sulle loro produzioni tutta una serie di attenzioni, ma anche di fagocitare l’importanza del co-creatore dell’opera, il disegnatore, che si ritrova spesso a vestire il costume, non sempre piacevole, del sidekick.

A volte, ci si riferisce a simili figure – si potrebbe citare Alan Moore, Grant Morrison o anche Warren Ellis, tra gli esponenti più noti -, non con la denominazione consueta di sceneggiatore ma con terminologie più ricercate, come quella di “architetto”, per accomunarli forse agli showrunner delle serie televisive: fantasisti in grado di fare il bello e il cattivo di tempo.

Black Monday – Un po’ True Detective, un po’ I Soprano

Questo lungo preambolo per dire che per un lettore come me, con una concezione del medium quasi opposta, che ritiene sia giusto trattare il fumetto come una forma di narrazione a sé stante, difficilmente paragonabile alla televisione, alla cinematografia o alla narrativa, digerire un discorso simile è difficile. Tuttavia, in casi come The Black Monday Murders, serie edita da Image Comics, firmata da Jonathan Hickman e Tomm Coker, è difficile trovare argomentazioni sensate per controbattere.

Hickman, distintosi in Marvel con le lunghe gestioni degli F4 e degli Avengers, è uno degli epigoni diretti della scuola Moore e – solo per certi versi – di quella Claremont: si tratta infatti di un autore che tende a costruire, lentamente, numero dopo numero, un’impalcatura narrativa strutturata e complessa, muovendo i personaggi come pedine sulla scacchiera, secondo una strategia decisa con molto anticipo.

In poche parole, potremmo descrivere The Black Monday Murders (portato in Italia da Mondadori, nella collana Oscar Ink, con il titolo di Black Monday) come un noir esoterico, dalle sfumature ucroniche, votato alla Alternate History e giocato sull’idea che il flusso economico – compresi il destino di importanti istituzioni di credito, la fortuna delle grandi famiglie di banchieri e anche avvenimenti storici come il crollo della borsa di Wall Street del ’29 – sia determinato dall’influenza di forze occulte, vicine al Dio Mammona, che attraverso diversi cerimonieri e associazioni più o meno di stampo massonico, si fronteggiano per il potere.

Per fortuna del lettore, Hickman si mantiene abbastanza lontano dal mettere in scena un canovaccio cospirazionista frusto; sfugge anche – almeno in questi primi numeri – alla trappola di scadere in soluzioni facili o in esagerazioni trash: nel suo incedere, anzi, sta attento a mantenere la vicenda su un piano ambiguo, con figure misteriose che compiono le azioni più importanti in retroscena, quando non viste, disseminando al contempo diversi spunti che, se adeguatamente gestiti, potrebbero sbocciare in riflessione interessanti: uno delle tematiche più dibattute è infatti la concezione di realtà non come qualcosa di oggettivamente indagabile ma, al contrario, come qualcosa da imporre. Il reale si crea nel momento in cui chi ricopre una posizione di potere lo impone come tale. Questo presupposto giustifica gli omicidi, le rincorse al vertice e le ambizioni dei servi di Mammona, tutti rivali ma anche tutti ingranaggi del grande meccanismo del mercato/potere.

Da buon mooriano, Hickman porta avanti la narrazioni in maniera non lineare, gestendo un grande quantitativo di personaggio e facendo zapping dall’uno all’altro con sistematicità, inframmezzando il tutto con inserti diegetici di genere vario – da pagine di diario a resoconti di interrogatori – che complicano la lettura tanto da renderne consigliabile una seconda, per ricomporre correttamente il puzzle.

Il lavoro si mostra allora, in questo primo volume analizzato, solido, ricco di idee e confezionato con mestiere – un plauso, a questo proposito, alla veste editoriale scelta da Mondadori, piacevole alla vista e al tatto.

Dove stanno i problemi quindi?

I problemi (se così vogliamo chiamarli) arrivano nel momento in cui ti rendi conto di stare leggendo un fumetto che relega il disegno a un ruolo di supporto.

Tomm Coker è un ottimo fumettista; forse non particolarmente dinamico nel movimento dei corpi, ma con una bella mano, grande capacità di creare l’atmosfera adatta e una riuscita espressività dei volti – magari, alle volte, eccessivamente ingessati – ma, su Black Monday, si limita a svolgere il compito dell’esecutore; come, del resto, gli stessi personaggi della storia che, costretti in uno schema troppo vincolante, recitano il copione, si fanno trovare nella casella giusta al momento giusto senza mai bucare la pagina – in questo risiede forse la più grande differenza tra Hickman e Chris Claremont, uno sceneggiatore, il secondo, capace di delineare con passione i suoi personaggi, senza perdere le briglie della narrazione.

Pur non scadendo nello pseudo-fotoromanzo, The Black Monday Murders è una serie che si legge come si potrebbe vedere un serial della HBO, finendo così per smarrire quelle possibilità e peculiarità specifiche del medium fumetto.

Per i motivi elencati all’inizio, è difficile prendersela con Hickman – se non per una vocazione palese alla decompressione della storia -, data la cura e l’attenzione maniacale riversate nel suo lavoro, ma resta il dubbio che l’eccessiva cerebralità e la velleità di costruire prodotti già pronti per essere “serializzati” su uno schermo finiscano per giocare a discapito delle sue doti di sceneggiatore, soprattutto quando si parla di nuvole e d’inchiostro.

Black Monday – Hickman, “The Story-Driver”
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