Congelata

Sin dalla data d’uscita di Frozen, cinquantatreesimo film d’animazione Disney, vincitore di due premi Oscar e indiscusso campione d’incassi, sul controverso personaggio di Elsa – liberamente ispirato alla “Regina delle Nevi” di Andersen – sono state imbastite svariate teorie. C’è chi ne fa una eroina femminista; chi vede in lei l’indiscussa soulmate di Jack Frost, protagonista di “The Rise of the guardians”; c’è chi, pretestuosamente, l’associa a quell’Hans senza cuore che quasi causa la morte di Anna, chi – ad esempio
 Idina Menzel, che l’ha doppiata nella versione originale – auspica, nell’attesissimo sequel, in una sua svolta omosessuale; chi, infine, vede in lei una donna Asperger –  congettura che, tra le sopracitate, è quella che più mi convince. Su questo character indiscutibilmente affascinante – il migliore, a mio avviso, mai creato dalla Disney – tante cose si sono dette e la mia innocua opinione, non può nuocere. Da sempre disapprovo chi si addentra in interpretazioni arbitrarie – mere fantasticherie latenti di obiettività – ma per questa volta mi inoltrerò io stessa nell’aereo campo dei voli pindarici, parlando con buone dosi di veemenza e soggettività. Ho amato Elsa sin da subito: fragile, spaventata, interiormente scissa, deliziosamente umana – a differenza di alcune eroine Disney dalla natura stereotipata che, solo di rado, cadono vittima del turbamento. Il suo tratto distintivo, la misantropia, nasce dalla terrore di ferire gli altri, proprio come le accadde, da bambina, con Anna.
Conceal, don’t feel, don’t let them know
Entrambe le sorelle hanno vissuto un’infanzia difficile e se lo spettatore è indotto a provare compassione per Anna, che però scorrazza nei corridoi del castello tentando di svagarsi, molto più grande è la disperazione di Elsa che vive da reclusa, costretta per degli anni a lottare con la sua paura più grande: il sospetto di essere un mostro, la consapevolezza di rappresentare un potenziale pericolo per chi le è attorno. Mentre Anna è confortata dall’affetto dei genitori, Elsa è sola e dolorosamente forzata all’anaffettività, in quotidiana battaglia con i suoi demoni. Sottilmente inquietante la scena in cui il padre la costringe a mettere i guanti – simbolo della repressione del sé – esortandola a celare, a misconoscere i suoi poteri e, di conseguenza, la sua vera natura.
Conceal it, don’t feel it, don’t let it show.
Esiste cosa peggiore del non essere accettati, per ciò che si è, dalla propria famiglia?  
Durante la cerimonia d’incoronazione, poi, la situazione degenera: la neo-regina, trovandosi improvvisamente alle prese con una folla sterminata, e per chi è vissuto in esilio non è cosa facile, perde il controllo.
Fantasmatiche aleggiano, nella mente dello spettatore, le parole del troll: “
Fear will be your enemy”.
L’incubo si concretizza e i poteri di Elsa diventano manifesti: gli altri hanno scoperto il suo segreto. Le viene dato del mostro e, terrorizzata, non le resta che fuggire smarrendo definitivamente – e felicemente – il controllo. La solitudine, di nuovo, è scelta inevitabile quanto salvifica: se non può essere amata per ciò che è, tanto vale che si crei un mondo in cui vivere come più le piace, libera dal timore, dalle costrizioni che le sono state imposte dalla più tenera età.
Così Elsa rinasce.
It’s funny how some distance/ makes everything seems small/ and the fear that once controlled me/ can get to me at all/ It’s time to see what I can do/ To test the limit and break through/ no right no wrong no rules for me/ I’m free!”
Finalmente, libera, comincia ad amarsi: accetta la sua natura glaciale – I don’t care what they’re going to say/ let the storm rage on/ the cold never bothered me, anyway – e magica, con una gioia che ha sapore di resurrezione.
Let it it go, let it go/ when I’ll rise like the break of dawn.”
Se le è stata sempre imposta la perfezione – la normalità di Anna, priva di stranezze – la libertà di essere se stessa, oltre ogni perfezione di sorta, la fa finalmente sorridere. In questo dimora la sua fragilità: è il timore di una sofferenza possibile – cagionata dal rifiuto altrui – a prevalere e a sublimarsi nel desiderio di una solitudine che è disposta a salvaguardare contro tutto e tutti: una misantropia che le permette di sentirsi libera. Un elogio della porta chiusa –  come metafora. Ma “The mind is its own place, and in itself / Can make a Heaven of Hell, a Hell of Heaven” ed Elsa non può fuggire per sempre; deve venire a patti con la sua natura e trovare un compromesso tra la sua libertà e il suo amore per gli altri.

Negare Elsa
Dopo una caratterizzazione tanto meticolosa il finale di “Frozen”, con l’atteso ricongiungimento tra le sorelle, è inevitabile quanto il tentativo, da parte della regina, di addomesticare la sua paura di emozionarsi e creare dei legami – tentativo espresso a chiare lettere dalla volontà di non “chiudere più le porte”. Il messaggio può esser gradevole: un atto di vero amore scioglie un cuore di ghiaccio – ma questa, come vedremo in seguito, è una metafora. Ciò che mi è parso incongruo e finalizzato soltanto al gran ritorno economico che, dopo la febbre di Frozen, avrebbe inevitabilmente investito ogni suo derivato, è il cortometraggio “Frozen Fever”, che nel 2015 ha affiancato il Live Action di Cenerentola. Il giorno del diciannovesimo compleanno di Anna, Olaf, Elsa e Christoff le organizzano una festa – a risarcimento di anni e anni di tristezza. Ancora una volta, poco del dolore della regina – che ha sofferto molto di più – viene raccontato allo spettatore; il finale del corto, con Elsa ammalata che docilmente si lascia curare dalla sorella, non è sufficiente.
Ancora una volta della sua sofferenza nulla è spiegato – e nulla, soprattutto, le viene restituito: una sofferenza disconosciuta e negata.

L’atto di vero amore
Il ghiaccio è una metafora: metafora di una stasi emotiva che inibisce i rapporti interpersonali – Elsa congela il cuore di sua sorella sì con il potere, ma soprattutto rifiutandone l’affetto, ed escludendola dalla sua vita. Chi vede nella regina un esempio di forza e indipendenza è in errore: se Elsa fa ritorno ad Arendelle, è solo perché prigioniera; durante l’incontro-scontro con Anna, andata a cercarla per salvare il regno, è abbastanza esplicita la sua intenzione di rimaner sola – intenzione che viene meno per il vizio disneyano dell’happy end. Ciò che la salva è “un atto di vero amore” – l’unica cosa al mondo che possa sciogliere un cuore ghiacciato – che va ben oltre l’intenzione di Anna di salvarle la vita, sacrificando se stessa. Anna, infatti, è disposta ad accettare e amare sua sorella, malgrado i suoi poteri – malgrado la sua diversità.
Lasciarsi amare, accettare chi amiamo per com’è: una grande lezione.

 

 

 

Elsa, secondo me
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