Premessa: sarà un articolo tecnico, lungo e ricco di spoiler.
Partiamo!

In queste ultime settimane sono tornato a leggere alcuni archi narrativi di One Piece, in particolare la saga di Arlong e quella di Enies Lobby. Dopo tanto tempo, specialmente la saga di Arlong, quelle pagine ancora possiedono la stessa forza dirompente ed epica che contraddistingue il manga di Oda.
La simpatica scemenza di Monkey D. Luffy mi ha ricordato – oltre all’archetipico progenitore Son Goku – un altro demente da me molto amato: Naruto.
Il parallelismo fra due dei manga più venduti dell’epoca recente del fumetto mondiale mi ha spinto a chiedermi perché Naruto sia concluso mentre One Piece non solo lo abbia superato abbondantemente per numero di tankobon (Naruto in Italia si è concluso col volume 71; Ed. Planet Manga) ma sia ben lungi dal finire.

La ragione più semplice e in fondo vera è: perché One Piece vende e continua a vendere.
Può sembrare una banalità, ma l’industria degli Shonen non è la villa di Mecenate e nemmeno la corte di Lorenzo il Magnifico: su Shonen Jump, la rivista di riferimento per tutti gli autori di manga giapponesi, alla fine di ogni numero è allegata una cartolina dove i lettori devono indicare le tre storie che più hanno gradito quella settimana. Se un autore non è presente nelle votazioni per due settimane di fila viene invitato a concludere la propria storia se non addirittura fatto fuori senza troppe scuse.
Quindi la prima verità dietro la fine di Naruto è questa: non vendeva più come prima.
L’ascesa del nuovo fenomeno, L’Attacco dei Giganti, ha messo in difficoltà Masashi Kishimoto, il quale ha dovuto accorciare una storia che forse avrebbe necessitato di qualche volume in più per tirare al meglio le fila di una trama non eccessivamente intricata ma comunque complessa (evitando magari di far sembrare Sasuke uno schizofrenico da manuale con spruzzate di megalomania random).

Se le vendite sono la ragione di superficie, ciò che vorrei indagare è cosa si cela dietro questo calo di vendite.
L’idea che mi sono fatto risiede proprio nella natura dei due manga e nel loro protagonista.

Qui è necessario fare un po’ di teoria, voleranno parole come struttura, conflitti interni, e altre menate da corso di scrittura creativa che cercherò di rendere il meno noiose e hipster possibili.
Luffy e Naruto sono entrambi figli di Son Goku, l’amatissimo protagonista di Dragon Ball, forse il manga più popolare di sempre, e come lui condividono l’ingenuità, l’istinto e una forte ambizione. Nessuno dei 3 personaggi è uno stratega o un calcolatore, anzi, tutti e 3 si fidano principalmente delle proprie intuizioni e ignorano deliberatamente le conseguenze delle proprie azioni come quando spingono il corpo oltre i propri limiti mettendo in continuo rischio la propria vita: Goku con il Kaioken, Rufy col Gear Second, Naruto con il chakra della Volpe.
A guidarli è una volontà messianica e la bontà del proprio cuore, particolare in cui si differenzia Naruto che invece la purezza di spirito la deve conquistare.
Escludendo d’ora in poi dai ragionamenti il guerriero Sayan e lasciando solo ninja e pirati: in cosa si somigliano e in cosa si differenziano Luffy e Naruto?

Come abbiamo detto sia Luffy che Naruto sono due puri di cuore, animati da un desiderio fortissimo di protezione dei compagni, ma mentre Luffy nasce con questa bontà, in quanto il suo sogno è quello di essere il capo di una ciurma di pirati, Naruto evolve: dapprima un bambino egoista, smanioso unicamente di vedere riconosciuto il proprio talento – riconducibile al fatto di essere orfano – dopodiché adulto consapevole del motto Stanleeiano “da un grande potere derivano grandi responsabilità”.
Ecco quindi la prima forte differenza: Naruto è un personaggio che evolve, cresce da bambino fino ad adulto, mentre Luffy rimane uguale a sé stesso dalla prima a, si presume, l’ultima pagina del manga.
Non parlo di poteri ma di carattere. il Naruto che batte Neji, perché questi gli ha dato del fallito, alla fine del manga non è più lo stesso che condivide il chakra di Kurama con tutto l’esercito dell’Alleanza; il Luffy che prende a pugni Arlong perché ha fatto piangere la sua navigatrice è lo stesso che logora assurdamente il suo corpo per annientare Doflamingo. E questo è uno dei motivi per cui One Piece tutt’ora va avanti.
Gli Shonen, così come le serie tv, seguono meccanismi narrativi pensati per durare potenzialmente in eterno. Spider-Man, Walter White e Son Goku sono tutti e 3 costruiti in modo tale da generare storie all’infinito; questo perché alla base del loro personaggio si trova un conflitto interno irrisolvibile: per Spider-Man è il senso di responsabilità dovuto alla morte dello zio Ben, ci sarà sempre qualcuno che minaccerà gli innocenti e Peter Parker si sentirà sempre responsabile qualora non riuscisse a proteggerli; Walter White è un megalomane convinto che la vita gli abbia tolto ingiustamente quanto gli spettasse, e probabilmente anche se diventasse il più grande boss della droga o gli venisse dato il nobel per la chimica continuerebbe a sentirsi insoddisfatto; Goku più semplicemente adora combattere e desidera confrontarsi coi più forti per migliorare sé stesso (in linea con la filosofia delle discipline marziali orientali) e ci sarà sempre un nuovo cattivo con cui menare le mani.
Per Luffy il desiderio che muove ogni sua azione è quello di diventare “Il Re dei Pirati”. Oda è sempre stato volutamente molto ambiguo su cosa significhi il titolo di re dei pirati lasciando che fossero i fan a decifrarlo: se dai primi numeri sembrava si trattasse di trovare il One Piece, il tesoro nascosto di Gol D. Roger, col prosieguo della trama sembra si tratti di essere il più forte pirata in circolazione. In realtà uno non esclude l’altro, ma tenendo come riferimento ciò che Oda dice nelle prime pagine del manga, trovare il tesoro è l’obiettivo finale della storia, per cui potenzialmente chiunque potrebbe essere il nuovo re dei pirati, imbattendosi magari per caso nel pezzo unico di Roger. Ergo l’autore ci suggerisce che One Piece è un manga di avventura pura, seguiremo Luffy in giro per i sette mari fin quando non ci verrà a noia, e solo quando ci saremo annoiati Luffy troverà il tesoro e ci ringrazierà per essere stai con lui tutto questo tempo.
Il conflitto interno di Luffy non è un motore che genera racconto vero e proprio ma una conseguenza del suo desiderio: Luffy vuole essere il re dei pirati, quindi deve avere una ciurma, quindi è il capo di una ciurma, quindi è responsabile dei suoi sottoposti. Chiunque minacci Zoro, Nami e gli altri deve fare i conti con lui.
Questo “dovere di capitano” è reso eccezionalmente nella saga di Arlong dove Cappello di paglia è l’unico a non sentire la storia di Nami e nonostante questo non si perita un attimo a gettarsi nella mischia per difenderla. Il conflitto di Luffy non è un’ostacolo alla sua ricerca del One Piece ma anzi uno sprone: «Non so navigare, non so cucinare, non so dire bugie, ma posso batterti» dice Luffy ad Arlong, confermando quale sia il suo ruolo all’interno di un manga che si farà via via sempre più corale, approfondendo specialmente i personaggi più amati dal pubblico come Zoro e Sanji.
Naruto d’altro canto è invece un personaggio guidato da un desiderio e un conflitto precisi che evolvono nel tempo generando quella staticità finale che ha poi decretato la morte narrativa del personaggio.
Il Ninja di Konoha è orfano, a differenza di Luffy del quale scopriamo i parenti – vivi e vegeti – molto più avanti, e questo genera in lui un profondo senso di abbandono da cui scaturisce il fortissimo desiderio di rivalsa. Naruto vive in un villaggio che lo odia, è cresciuto senza saperne il perché, solo alla fine del primo numero scoprirà la verità: in lui è racchiuso lo spirito della volpe a nove code, un demone che 12 anni prima aveva distrutto il villaggio e ucciso il suo Ninja più amato e prestigioso: il quarto Hokage.
L’Hokage è il capo del villaggio e il ninja più forte, per questo il primo desiderio di Naruto è proprio quello di ricoprirne la carica un giorno: nella sua visione infantile del mondo il leader è amato da tutti in quanto il più forte, ergo per il dodicenne Naruto forza=successo=riconoscimento. È un’equazione tipica degli antagonisti questa, in generale un pensiero non positivo, perché questo è Naruto all’inizio: un bambino solo, discolo, che nasconde dentro di sé un mostro di puro odio al quale basterebbe abbandonarsi per ottenere un potere smisurato, che nella testa di Naruto equivale al riconoscimento di valore che disperatamente cerca.
È palese quanto il personaggio di Naruto sia estremamente più complesso di quello di Luffy che è semplicemente un ragazzo in cerca di avventure, per questo One Piece può permettersi di essere corale al contrario di Naruto. Anche se il mondo dei Ninja ha una struttura affascinante, i paesi che lo compongono non sono poi così diversi; in One Piece invece ogni isola è un mondo speciale con regole tutte sue: isole nel cielo, mostri marini, prigioni il cui clima cambia di piano in piano come fossero gironi danteschi.
Se in One Piece lo stupore che proviamo è dato dai luoghi, o come si direbbe nei manuali, dall’arena, in Naruto l’emozione è chiedersi “e adesso come reagirà?”.
Fintanto che ci saranno nuovi luoghi da esplorare One Piece non finirà mai. Negare che ci sia una trama generale in One Piece è follia, ma è anche vero che a differenza di Naruto dove il nemico è sempre evidente (Orochimaru prima, Akatsuki poi) nel Grande Blu un po’ tutti sono nemici (ehi, sono pirati mica santi!) e quello che si prefigura essere il “Boss finale”, cioè Barbanera, è stato introdotto molto avanti nella storia e di lui si sa davvero poco tuttora che siamo a circa 88 volumi!
Tutto questo a mio modo di vedere porta a sostenere legittimamente che in Naruto conti più il protagonista di quanto conti in One Piece.
Esempio semplice: se invece di Luffy il protagonista fosse Zoro, sarebbe One Piece meno interessante? No, anzi, per quanto caratterialmente diversi entrambi hanno uno scopo molto simile, cioè essere i numeri uno, andrebbero riviste un bel po’ di cose ma sarebbe possibile – in linea astratta – continuare One Piece senza Luffy.
Sasuke potrebbe essere il protagonista di Naruto? O Sakura? Assolutamente no. Sasuke è il perfetto contraltare di Naruto, anche lui nasconde una forza incredibile (lo sharingan) e cammina in perenne equilibrio fra bene e male, ma vive unicamente per la vendetta, un cammino che non ammette redenzione o ripensamenti. Kishimoto prova a evolvere Sasuke una volta che finalmente ottiene la propria vendetta, ma il risultato è dargliene una nuova, più complessa, fino a perdere poi le redini del personaggio che diventa improvvisamente schizofrenico e megalomane.

Forse a questo punto ve ne state convincendo anche voi: la chiave della fine di Naruto è proprio in questa evoluzione dei personaggi.
Nonostante possa sembrare un controsenso, un personaggio statico il cui carattere cambia poco se non nulla nel tempo, è proprio questa immutabilità che ci tiene incollati alle pagine. Sappiamo quali sono i pattern di Luffy, che diventerà più forte tanto quanto è più importante la persona da difendere o la causa che ha sposato, che prima le prenderà e poi sottoporrà il suo corpo a qualche nuova forma di tortura scatenando un improvviso potere con cui batterà l’avversario. Eppure è esattamente questo il motivo per cui leggiamo ancora One Piece, gli stessi per cui sappiamo che alla fine di ogni puntata di Walker Texas Ranger Chuck Norris trionferà sul male con un bel calcio rotante.
Se Luffy trovasse il One Piece sarebbe davvero finita? No, Oda potrebbe trovare nuove difficoltà a cui sottoporre la nostra ciurma preferita e andare avanti finché non muore con la matita in mano sul suo tecnigrafo da mangaka.

Analizziamo invece la trama di Naruto e vediamo cosa è successo nel tempo al biondo ninja della Foglia.

Naruto è un orfano, odiato dal proprio villaggio che scopre di contenere nel proprio corpo un demone potentissimo che è però lo stesso mostro che ha ucciso il Ninja più forte del villaggio e moltissime altre persone. Naruto da sempre desidera solo di essere amato e riconosciuto come essere umano, in questo c’è un principio filosofico di stampo hegeliano: la nostra esistenza si certifica solo attraverso il riconoscimento degli altri. Hegel parlava di scontro, in questo caso lo scontro è puramente fisico: duelli all’ultimo sangue fra ninja di Paesi diversi.
Naruto quindi vuole da principio essere riconosciuto come il più forte, questo need si sposa perfettamente con l’interpretazione distorta del suo desire: diventare Hokage, il ninja più forte del villaggio nonché suo capo.
Attraverso una serie di scontri e l’amicizia-rivalità con Sasuke, Naruto comincia a capire il vero significato della parola Hokage e il suo desire cambia di interpretazione: “non diventa Hokage il ninja più forte ma colui che viene riconosciuto più forte dal villaggio”, solo chi conquista la fiducia, la stima e l’affetto delle persone un giorno sarà Hokage. Naruto smette di puntare alla forza bruta e diventa un vero “eroe” quando tenta l’impossibile per salvare Sasuke in quello che lui pensa essere un rapimento da parte dei ninja del suono. Il compimento di questo viaggio di maturazione per Naruto è proprio alla fine del ventottesimo volume, quando Naruto promette a Sakura che riporterà Sasuke alla Foglia, promessa che lo guiderà fino alla fine del manga. Qui Naruto ha scelto di caricarsi sulle spalle un fardello non più suo ma di qualcun altro, ha deciso di immolarsi come un vero eroe. Naruto non vuole più dimostrarsi forte ma dimostrarsi “all’altezza”, questo sottile cambio di prospettiva lo trasforma in un personaggio positivo al 100%, oltre che a farlo maturare.
La consacrazione di Naruto avviene nella saga di Pain, indiscutibile apice del Manga dove la natura messianica del protagonista si scontra con la controtematica di un formidabile antagonista, Pain/Nagato, la cui cupa e cinica visione del mondo si scontra con l’ottimistica e ingenua visione che il giovane Ninja aveva del mondo fino a quel momento.
Nel dialogo finale tra Pain e Naruto quest’ultimo ammette che il mondo è pieno di dolore ma la cieca accettazione di questo fatto non è un sintomo di saggezza ma di resa. Combattere il dolore con un sistema sofisticato per sfruttarne i suoi meccanismi (la macchina “genera guerre” di Pain) non è una soluzione utopistica e nemmeno realistica, ma solo il contorto capriccio di un adolescente. Naruto ci insegna che se una situazione è difficile o persino insuperabile la resa è da deficienti. Vivere pensandosi sconfitti in partenza non è dignitoso e soprattutto non ne vale la pena.
Sconfitto Pain, Naruto viene celebrato come eroe del villaggio e adesso tutti alla Foglia lo amano.
Come dite? Sì, è esattamente quello che Naruto aveva sempre sognato.
In gergo tecnico si dice che quando un personaggio ha ottenuto il suo need è un personaggio risolto. Naruto non ha più nulla di nuovo da insegnarci dopo Pain, tutto quello che vediamo nei 30 volumi successivi (non proprio pochino, eh?) sono solo le conseguenze della sua crescita. Naruto è già hokage nello spirito, solo formalmente non ne ricopre il ruolo, l’unico suo obiettivo rimasto è andare a catechizzare Sasuke e riconvertirlo al bene con un pistolotto dall’aria tremendamente paternalistica.
Da questo momento infatti il personaggio più interessante e dinamico diventa proprio Sasuke, lui è quello che arriva d’improvviso sul fronte ma solo dopo aver parlato con i grandi Hokage del passato: cosa vuole, qual è il suo reale obiettivo?
Ma facciamo un passo indietro.
Sasuke inizia il manga come rivale di Naruto: al contrario del biondo, pur essendo orfano ha ancora un parente in vita, è intelligente ed è riconosciuto da tutti come un vero prodigio, il più promettente ninja della sua generazione.
Sasuke ha un solo desiderio: vendicarsi di Itachi. Le storie di vendetta sono molto frequenti nella narrativa, dal conte di Montecristo a Kill Bill fino alla serie tv Revenge il cui titolo non potrebbe essere più esplicito.
Nel buio umido delle aule dei corsi serali di scrittura creativa si parla di ghost, un fantasma che appunto tormenta l’esistenza del protagonista e se ne andrà soltanto qualora la vendetta si sarà compiuta.
Sasuke è esattamente così: in un primo momento sembra dimenticarsi dei propri demoni, arrivando persino a immolarsi per i propri compagni nello scontro con Zabusa. Ma quando riconosce inconsciamente la rivalità con un Naruto che durante le selezioni dei Chunin si è dimostrato sempre più forte, la sete di vendetta torna a farsi sentire prepotentemente.
Sasuke avrà pace solo uccidendo Itachi, tutto ciò che non serve a prepararlo a quello scontro è una inutile distrazione.
Quando Sasuke ottiene la propria vendetta è un personaggio risolto, proprio come Bellatrix dopo aver ucciso Bill. Un personaggio vendicatore non può evolvere in altro. La sua personalità ruota tutta intorno alla propria missione, non esiste altro. Pensate a Frank Castle, il Punitore. Una volta uccisi gli assassini della famiglia ha potuto fare unicamente una cosa per non morire editorialmente: ingigantire la sua vendetta. Frank Castle esaurirà la sua ragione d’essere solo quando nel mondo non nascerà più un solo criminale. Obiettivo impossibile.
Allo stesso modo Sasuke trova nuova linfa vitale estendendo la sua vendetta a tutti coloro che hanno permesso il sacrificio del fratello in nome di Konhoa.
Ecco quindi che Naruto è un personaggio del tutto risolto mentre Sasuke ha ancora ragione d’essere, per quanto la sua bramosia sanguinaria cozzi con gli ideali pacifisti di un Naruto in formato Gesù Cristo.
Uniti da un nemico comune onestamente senza alcun appeal ma dotato di forza assurda (parlo di Kaguya) devono per forza unirsi in un momento onanistico atteso dai fan per circa 40 volumi.
Alla fine dello scontro però Sasuke è cambiato e scopriamo finalmente in cosa si è evoluta la sua smania di vendetta dopo aver parlato con i Kage.
Con mia somma delusione, il nuovo obiettivo di Sasuke è una riformulazione di quanto desiderava fare Pain, così come Obito è un Pain friendzonato mentre Madara perlomeno ha una variante più concreta e guidata da un sano delirio di onnipotenza (cosa che lo rende un classicissimo villain anni ’60, ma pur sempre un villain).
Considerando che Naruto ha già sconfitto Pain tutto quello che deve fare è imprimere a suon di cazzottoni nella testa di Sasuke la sua lezioncina. È tutto un film già visto e questo rende così deludente il finale di una saga che aveva portato in scena invece un protagonista complessissimo e geniale.

Se pensiamo agli scontri di Naruto e a quelli di One Piece la differenza è nettissima. In One Piece c’è un pattern ben preciso: Luffy è più debole ma più determinato, il suo desiderio di difendere i compagni gli dà forza e con quella forza riesce a battere l’avversario.
In Naruto i duelli sono uno scontro di abilità tecniche e logiche, dove chiunque può vincere se riesce ad essere più scaltro.
Shikamaru è l’esempio estremo: praticamente senza tecniche o abilità particolari, riesce a battere avversari tremendamente più forti di lui grazie alla sua intelligenza militare sviluppatissima.
Naruto, che come Luffy combatte sempre mosso da grandissima determinazione, non può ricorrere al potere della volpe senza perdere il controllo per cui non può unicamente fare appello alla forza di volontà per vincere gli scontri ma deve pure inventarsi qualcosa. Sconfiggere Kiba con un “peto” è un colpo di genio assoluto, perché sfrutta il carattere di Naruto, un teppistello sempre pronto a prendere in giro tutti, per disturbare il super olfatto di Kiba in versione animale. Nello scontro con Neji invece Naruto sfrutta la tecnica della moltiplicazione del corpo, il chakra della volpe e la supponenza dell’avversario per sconfiggerlo spuntando da una buca sottoterra ricordando a tutti il celebre goal di Aldo in Italia-Marocco.

Il primo scontro dove Naruto non vince di astuzia ma di potenza è contro Kakuzu, dove usa il rasengan di vento, ma la tecnica gli viene proibita perché rischia di fargli amputare un braccio. Come se Kishimoto punisse il proprio protagonista per aver violato le regole di quel mondo.
Questa bellissima intuizione viene rovesciata contro Pain dove invece lo scontro è di pura potenza e volontà, ma qui nessuna punizione perché il vero duello stavolta non è tecnico ma ideologico. Il limite che Naruto supera è nel duello verbale con Nagato nel suo nascondiglio, quando per la prima volta Naruto controlla completamente il proprio istinto, pur essendo stato dominato dalla volpe a nove code per un breve frangente.
Da quel momento Naruto combatterà solo di potenza, in quella sindrome dragonballiana dove ogni scontro si riconduce a “la mia onda energetica è più grossa della tua”, una versione spirituale giapponese della misurazione adolescenziale del membro fra i banchi di scuola.
Non è un caso che gli scontri di Naruto perdano la loro caratteristica principale in concomitanza alla soluzione conflittuale interna del proprio protagonista, è come se Kishimoto, probabilmente stanco dopo dieci anni di lavoro ininterrotto, fosse vittima del comune blocco dello scrittore e si fosse accontentato delle soluzioni più semplici per arrivare alla fine di un’opera dalla quale non aveva più niente da tirare fuori.
Proprio in questo frangente si fa spazio l’Attacco dei Giganti, nuovo manga sfolgorante della famiglia Jump, le cui vendite e gradimento superano quelle dei ninja della foglia portando l’autore a una ritirata strategica colmata in un finale frettoloso, spompo, ricco di fanservice, incongruenze e con pochissimi guizzi.

Il calo di vendite in corrispondenza al tradimento della propria natura non può essere un caso. È per questo motivo, in conclusione, che One Piece invece, eternamente fedele a sé stesso, ancora è in vita e non accenna a finire, pur con i suoi periodi di stanca e la ripetizione assidua degli schemi narrativi.
La serialità richiede meccanismi precisi, tradire la struttura di una storia significa condannarla a morte certa, ma ancor più risolvere il conflitto del protagonista non lascia alcuno spazio alla reinvenzione.
Possiamo stare tranquilli quindi che Oda ne avrà ancora per molto (è un bene? Non credo proprio visto che ho trent’anni e vorrei concludere questa benedetta collezione una volta per tutte!) la ciurma di Cappello di paglia ha ancora molti orizzonti di fronte a sé, e finché nessuno dichiarerà Luffy re dei pirati possiamo stare certi che la Thousand Sunny continuerà a solcare i mari.

Perché One Piece non è finito e Naruto sì
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