Tornata, grazie al potere della lettura, alla disorientante fase adolescenziale – abbandonata da anni, ahimè – non ho potuto che rifugiarmi nella musica che, allora, scandiva le mie serate etiliche.
Brizzi ci è amico: la storia, ambientata nella Bologna degli anni Novanta, è accattivante, scritta in tono colloquiale, rassicurante, sarcastico, e con uno stile eclettico che omaggia esplicitamente quello di Anthony Burgess – chiarificanti, già in fase iniziale, sono i tentativi contestualizzati di contaminazione linguistica che ne sostituiscono i neologismi.
L’ossequio è esplicitato più e più volte e si rivela, alla fine, con termini presi a nolo direttamente dal sommo glottoteta, quasi Brizzi abbia inspirato prima di vibrare il colpo; forse l’impostazione stilistica e il nome inevitabile – inevitabilmente Alex – del protagonista, non erano un biglietto da visita chiarificante, per i non addetti ai lavori.
«Signora, la prego! Apra!»
Un diciassettenne a orologeria.
La storia parla di Alex, che si destreggia coi conflitti tipici dell’età che attraversa.
C’è di tutto: dal rapporto in fieri con i barricati, i genitori, al senso di smarrimento e di vuoto che deriva da una frenesia sublimata in furia, al rifiuto per la scuola e per lo studio, con conseguenti megafugoni e momenti di dissipazione riempiti dalla solidità della musica dei Pistols e dei Clash; la trasgressione è fisiologica. I punti focali, però, sono altri: l’amore assassino che Alex nutre per Aidi – il fascino di non capire cosa volessero uno dall’altro, perché soltanto dandosi la mano avevano già tutto; e chi non ha provato, sulla propria pelle, un sentimento simile? – e la paura che i barricati condizionino e predetermino le sue scelte future; non nasce forse da questo timore la sua ammirazione per quel Martino che sembra trascendere i normali vincoli costrittori dell’essere umano?
Ed è proprio questo personaggio secondario, ma ricco di stile – che mi fa sniffare puzza di filosofia – a introdurre il terzo, il più importante, punto focale: Martino salta fuori dal cerchio che gli hanno tracciato attorno.
Intendiamoci: questa trovata sa di pretestuoso – difficilmente un ragazzo si trastulla con la filosofia del suicidio di Seneca – ma il balzo c’è stato, e proprio perché è l’unica grande cosa che non gli hanno insegnato, che ha deciso e progettato da solo. Così l’amico di Alex esce dal gruppo, proprio come Jack Frusciante – si tratta, ovviamente, di John Frusciante, chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, che abbandona la band all’apice della popolarità; il cambio di nome è dovuto a una mera questione di diritti d’autore. Entrambi abbandonano le convenzioni, distaccandosi da quel percorso già tracciato che altri si son presi il disturbo di disegnare sotto i loro piedi. La ribellione di Alex, finalmente illuminato dalla presa di coscienza, inizia proprio dalla morte dell’amico – e dalla defezione del vecchio Jack Frusciante, su cui non può che rompersi la testa fino all’imbarco.
Ma, e mi arrovello il cardine, perché questo riferimento esplicito e martellante ad Arancia Meccanica?
L’evidenza nasconde spesso pregnanza di significato e ho partorito un pensiero: se l’opera di Burgess – quel romanzo di genio, sempre visto come gratuitamente violento, sempre frainteso – non è che un inno al libero arbitrio, all’uomo nella sua interezza, ricca di contraddizioni e zone d’ombra, il parallelismo non vuole raccontarci che è proprio l’adolescenza il periodo in cui, maggiormente, cerchiamo di aderire al nostro ideale dell’Io?
Non è un processo di metamorfosi privo di sofferenza: spesso porta a contrasti. Questo è ciò che Brizzi svela: non lasciarsi modellare, fare quel fatidico passo fuori dal cerchio, mettersi coscienza e controcoscienza sotto la suola delle scarpe e cercare solo quello che ci fa essere felici.
Quasi spiace
Ho enormemente apprezzato la fresca inventiva stilistica, che mai cade nell’imitazione, di Brizzi; pur essendo arrivata tardi per questo romanzo – c’è un tempo per ogni libro, e il mio si è esaurito anni fa – è stato proprio il suo modus narrandi a non farmi annoiare – ed è già tanto, se mi conoscete.
Quasi spiace che tutta quest’opulenza faccia da cornice a una storia che ha il sapore del già visto; quasi spiace averlo concluso: chiudendo Jack Frusciante mi sono sentita molto più agée.
Alex, con cui ho fatto amicizia, continuerà a pedalare in modo così forsennato?
Aidi tornerà dal Grande Volo?
Cosa succederà, dopo?
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