Lo sanno tutti e le loro nonne: quest’anno PK compie 30 anni. 30. Anni. E se il tempo passa per lui, passa anche per noi.
In queste settimane si è scritto tantissimo su PK: di come abbia rivoluzionato il fumetto italiano, dei suoi toni adulti, della colorazione, della “misura del becco”… ma in pochi hanno ribadito quanto PK abbia centrato il suo pubblico di riferimento.
Nel primo (e unico) corso di marketing che ho seguito, il professore mi spiegò che, nello sviluppo di un prodotto, bisogna avere ben chiaro il target. Ecco, PK centrò — volendo o no — una nicchia precisa: tutti quei ragazzini troppo grandi per Topolino, ma ancora troppo piccoli per i supereroi o per i manga.
Io, classe 1989, nel ’96 ero esattamente quel pubblico. Non mi piaceva più il Topolino classico e guardavo i supereroi in TV (soprattutto il mai abbastanza osannato Spider-Man: The Animated Series, dal quale i film continuano a pescare a piene mani); ma quando mio nonno mi comprò un albo dell’Uomo Ragno, lo trovai troppo “da grandi”. Certo, il fatto che in quegli anni imperversasse la “Saga del Clone” non aiutava, ma questa è un’altra storia.
Paperinik mi piaceva già, avevo anche comprato il numero 1 in edicola, ma… PK entrò nelle nostre vite a gamba tesa.
Il mio primo numero, preso in edicola, fu il 3, “Il Giorno Del Sole Freddo”, e ne venni letteralmente rapito. L’azione, i colori, l’umorismo. Erano storie per bambini con una porta aperta sull’adolescenza. Recuperai qualche numero in fumetteria (anche se la collezione degli albi originali non fu mai completata) e, da lì, PK divenne un appuntamento fisso mensile. Li ho letti e riletti. E poi?
Poi PK ha svolto il suo compito: mi ha preso per mano e mi ha accompagnato nella pre-adolescenza. L’ho salutato come si fa con un caro amico e sono passato a leggere l’Uomo Ragno. L’ho abbandonato poco prima della fine, prima del numero 50 e di PK2. Si è detto tanto sulla chiusura di PK: che fosse finita la benzina, che i filoni narrativi fossero conclusi… ma pochi hanno espresso la verità più semplice: PK aveva esaurito il suo compito. Il suo pubblico era cresciuto.
Cosa è rimasto di PK? Di sicuro l’affetto di tutti quei bambini, ormai alle soglie dei 40 anni, che comprano un gadget ogni volta che la Disney ha bisogno di far cassa. Ma non lo fanno solo per nostalgia: lo fanno per salutare quel vecchio amico. Le nuove storie sono… trascurabili. La verità, per me, è che PK ha fatto il suo dovere e non abbiamo più bisogno di lui.
E a me cosa resta? Restano tante cose. Resta l’amicizia con Onizuka, coautore di questo blog, nata in gita scolastica a 14 anni perché sulle scale dell’albergo citò PK (“Quando il gioco si fa duro… io vorrei essere da un’altra parte”, lo ricordo ancora). Resta il saluto con Pennastanca dicendo “Potere e Potenza – Gloria a Evron!” o le citazioni dei proverbi evroniani con Marco. È rimasto il fatto che, vedendo il nuovo PK in edicola, i miei si siano commossi.
E poi ci sono le storie. Alcune le rileggo quando voglio nutrire il bambino che è in me (specialmente quelle con Due); altre, invece, offrono una seconda lettura, più adulta. Mi riferisco ovviamente a Trauma, Frammenti d’autunno e Tempo al tempo. Tutte le volte che ho desiderato che il tempo rallentasse, ho ripensato a una frase di quest’ultimo albo:
Ma c’è un’altra vignetta alla quale penso spesso da quando sono diventato padre. Spero davvero che mio figlio, fra qualche anno, abbia il “suo” PK che lo accompagni dolcemente per un pezzo di strada. E, se non ci fosse, i miei vecchi albi sono lì, a sua disposizione.
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Grazie @silwe37 che ci ricordi che il blog non è morto 💙
Potere e Potenza!