Show me a hero and i’ll write you a tragedy
– F. S. Fitzgerald
Breaking Bad, True Detective, The Wire, Narcos, Mr. Robot, Gomorra, The Walking Dead, Game of Thrones. Questi sono i nomi delle principali serie di successo degli ultimi anni (ho volutamente evitato le Sit-Com perché sono fuori contesto in questo articolo). Che piacciano o meno i dati d’ascolto parlano chiaro: le serie più viste nel mondo sono queste. E cos’hanno in comune? Parlano del male, mostrano scenari pessimi, nichilistici, dove si lotta per la sopravvivenza spesso senza neanche chiedersi se davvero ne valga la pena di restare vivi in un mondo del genere. E si racconta tutto in modo accattivante, con strizzatine d’occhio, personaggi fighetti e riprese scicchetose. C’è sempre qualcuno che spara, qualcuno che spaccia, qualcuno che il tempo è un cerchio piatto oppure, cacatevi addosso stronzetti: sono io il pericolo!
Non voglio assolutamente denigrare né sminuire le serie sopracitate, sarebbe ingiusto e da incompetenti, ma ciò che voglio dire è altro, è una domanda che mi frulla in testa da un annetto, un anno di overdose da questo genere di storie: si può scrivere una bella storia normale?
Non parlo di Sit-Com o di robe a metà tra il comico e il sentimentale tipo New Girl, parlo di una serie dove al centro ci sia un fatto e delle persone che ci ruotano attorno. Una storia normale, appunto, dove non ci si mette a fare la guerra ai narcotrafficanti messicani perché la nostra famiglia è uno strazio e il nostro lavoro fa schifo; una storia dove le coppie se litigano poi non devono per forza divorziare o scopare con il/la collega per ripicca. Una storia normale, cristoiddio, chiedo troppo?
Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale.
– Lucio Dalla
Ha ragione il buon Lucio: la cosa più difficile al mondo è scrivere una storia normale.
Cosa ci può mai attrarre di una storia dove non si rischia la vita, dove non ci sono colpi di scena sensazionali, dove le persone dialogano esattamente come nella vita reale? Ma mostratemi un eroe e vi scriverò una tragedia, diceva Fitzgerald, così David Simon (il creatore di un certo The Wire) non si è lasciato scoraggiare e ha portato a casa un capolavoro.
Siamo a Yonkers, cittadina americana dello stato di New York sul finire degli anni ’80. La popolazione locale è in subbuglio: il governo federale ha ordinato la costruzione di 200 alloggi popolari nella zona est, ovvero quella dei ricconi. Ciò da cui non si può scappare è l’inevitabilità dell’ordinanza: legge federale, non ce so cazzi, le case si fanno.
Il ventottenne Nick Wasicsko (Oscar Isaac), consigliere comunale del partito democratico viene proposto dal partito come candidato a sindaco, contro Angelo Martinelli (Jim Belushi), sindaco della città di Yonkers da ben nove mandati.

Cosa succede? Succede che Martinelli è a favore della costruzione degli alloggi, non tanto perché sia un uomo coraggioso, ma perché trattandosi di un’ordinanza federale, come detto prima, non può farci niente, e prima lo capisce la città meglio è per tutti.
Nick invece, prima di candidarsi, si era opposto alla costruzione degli alloggi e ne approfitta in campagna elettorale attirando le simpatie dei cittadini di Yonkers che lo eleggono a furor di popolo.
Non è qui che Nick diventa l’eroe da cui il titolo dello show. Il neo sindaco eletto, persona intelligente oltre che laureata in legge, dopo i tentativi senza successo iniziali capisce che opporsi non porterà a niente, anzi, il giudice federale Sand (Bob Balaban) minaccia: se il comune di Yonkers insisterà nella protesta verrà condannato per oltraggio alla corte e multato giorno dopo giorno fino a portarlo alla bancarotta.
Nick non solo smette di opporsi alla legge, ma capisce anche che la costruzione degli alloggi è una causa giusta: nella zona ovest di Yonkers spaccio e criminalità sono all’ordine del giorno, se le frange bianche benestanti non si uniscono a quelle nere ci sarà un nuovo caso “Bronx” il famigerato quartiere di New York.
È tutta qui l’epopea di Wacicsko: una battaglia solitaria contro tutto e contro tutti, per una causa giusta che solo lui sembra comprendere appieno.
Attorno a lui e alla “questione alloggi” ruota un piccolo universo di personaggi, la vecchia matrona Norma O’Neill semicieca e orgogliosissima (meglio pezzo della serie), Billie la ragazza madre afro, Carmen Febles la donna madre ispanica, la tossica Doreen, la repubblicana Marie Dorman (sublime Catherine Keener, altro mio personaggio preferito della serie). Ognuno di loro rappresenta un aspetto della questione, un punto di vista sull’argomento, una voce in capitolo da dover assolutamente considerare prima di sparare a zero e fare il Salvini o il proletario di sinistra.
Show me a hero è intelligentissimo in questo: non punta mai il dito in una direzione, non dice mai che è una questione semplice ma di mezzo c’è l’ottusità della gente; sì, si ha sempre quella sensazione di sottofondo che ‘sti benedetti alloggi vanno fatti, che è stupido continuare a controbattere così, che c’ha ragione Nick, nonostante quei baffi orrendi. Eppure David Simon ti fa vedere che succede fra i nigga, come “questi” si comportino e cosa si rischia ad andare in giro di notte per quei quartieri. Fa vedere le ragioni dei bianchi e le ragioni dei neri.
Fra queste mille voci spunta Oscar Newman (Peter Riegert) con una splendida barba da Abramo Lincoln, e che un po’ il Lincoln della storia è in un certo senso. Quest’uomo teorizza un metodo di costruzione per favorire l’integrazione delle comunità nere, suggerendo di costruire pochi alloggi in più punti a ridosso, se non dentro, il cuore dei quartieri “alti”, cosicché i ceti meno abbienti sentano il dovere di adeguarsi.

In una storia che non si sviluppa certo attraverso l’azione i dialoghi sono tutto. Eppure Simon non dimentica di raccontare una storia-per-immagini, e si avvale di una fotografia perfetta e funzionale (splendida regia di Paul Haggis) senza manierismi o esercizi di stile. C’è una (una!) sola strizzatina d’occhio allo spettatore su sei puntate, un’unica scena dove la regia fa la sboronata, ma lo fa in modo totalmente coerente con il racconto.
Mi riferisco all’ultimo episodio Spoiler
in cui la famiglia di Carmen ha finalmente ottenuto l’alloggio a lungo sperato. È ripresa la gioia e la spensieratezza della famiglia, con la madre che sorride mentre guarda i bambini giocare nel prato. La telecamera poi si stringe sulla figlia, che con un sorriso approva la felicità della madre, mentre in sottofondo si sente un rumore. Quel rumore non appartiene a questa scena ma a quella immediatamente successiva. La ragazza però si gira, come se il rumore potesse sentirlo anche lei, e guarda in camera diretta a quel rumore. La scena dopo si apre su Nick, all’apice della sua disperazione. Quel voltarsi verso il rumore, quel guardarci, significa: ecco a voi il prezzo della nostra felicità, noi finalmente abbiamo la nostra casa, ma questa gioia è costata tutto a Nick.
Ogni dettaglio in questo show è pensato e finalizzato a raccontare qualcosa. Se la tecamera è in un punto anziché un altro non è perché la luce lì era più buona, ma parché la situazione andava letta da quell’angolazione. Ed è proprio l’angolazione del punto di vista ciò a cui più tiene Simon nel suo racconto. Non ci sono santi, non ci sono eroi. Anche Nick, non è certo senza macchia come può far sembrare il racconto. Nick all’inizio era contro gli alloggi, decide in un secondo momento di schierarsi a favore, e il motivo per cui lo fa non è nobiltà d’animo: è perché non può fare altrimenti. La differenza tra Nick e gli altri politici è che lui quando riconosce una strada giusta sa ammettere il proprio sbaglio, questo lo rende eroe. Ma lo “Show me a hero” del titolo più che un’indicazione sembra una domanda del creatore. Sembra quasi di sentire Simon in ogni scena che ci chiede:«Mostrami un eroe, guarda qui dentro e dimmi se lo trovi».
Alla fine del racconto sono tutti un po’ eroi, la povera Billie che vuole solo stare vicina al suo uomo, perché dopotutto:«He’s my man», se l’è scelto lo ha voluto, e bisogna combattere per le proprie scelte (come Nick). O Doreen sconfitta dalla droga e dagli eventi che deve trovare un modo di rialzarsi.
Ecco la soluzione dell’enigma: chi sono gli eroi? Leggendo attentamente fra le righe Simon ci dà la risposta, attraverso i suoi personaggi ovviamente.
Tutti i protagonista, da Nick fino ai più marginali, sono personaggi che subiscono. La città stessa è una vittima, vittima di un’ordinanza federale alla quale non può sottrarsi, eppure, come dice il cafonissimo Spallone al giornalista del New York Times:«Che ne sapete voi di Yonkers? State lì a New York e sputate sentenze. Ma chi di voi vive qui?».
In Show me a hero tutti si rirtrovano coinvolti in qualcosa più grande di loro, loro malgrado: Nick si ritrova Sindaco solo per la questione degli appalti; Doreen si ritrova ragazza madre proprio mentre lei e il suo partner stavano per svoltare vita; Billie si ritrova madre nonostante si volesse divertire una sera con un ragazzo; Norma perde la vista a causa di un diabete che non dipende certo da lei.
Tutti, tutti a Yonkers (città stessa compresa) si ritrovano coinvolti in qualcosa che non hanno deciso, che non avevano programmato. E allora Simon ce li mostra e noi capiamo: eccoli gli eroi. Sono quelli che pur subendo reagiscono alle ingiustizie, sono quelli che non si lasciano andare, quelli che magari al tappeto ci finiscono per un po’, ma poi si rialzano, e ripartono.
In Show me a hero non si vedono giustizieri notturni improvvisati o professori di chimica frustrati con una crisi di mezza età che ribaltano il pianeta a colpi di ingegno. In questa serie ci sono persone qualunque, quelle che il parroco a messa chiamerebbe: uomini di buona volontà.
Nick, benché sia una persona intelligente, non è certo un genio o un luminare. Nessuno lì lo è, forse Oscar, quello con la barba da Lincoln, è il più brillante, e non a caso è il più odiato insieme al giudice Sand.

Show me a hero ispirandosi alla vera storia di Yonkers e del Sindaco Wacicsko racconta la realtà. In maniera semplice, ma tutt’altro che banale.
Ci sono un sacco di elementi vecchia scuola nel racconto, tipo che se fai uno starnuto puoi star sicuro che ti becchi la polmonite, se una fa sesso mezza volta resta incinta, o che se un delinquentello ha finalmente deciso di rimettere in carreggiata la sua vita muore la scena dopo.
Eppure questi elementi non sono mai percepiti come forzati, come in certi melodrammi anni trenta dove se una donna tossiva entro la fine del film moriva di tisi. Oltretutto anche le altre storie sono tutte vere, Billie, Norma etc. esistono realmente (qualcuno è morto nel frattempo, tipo Norma) e hanno veramente subito queste cose “da melodramma”.
Queste cose accadendo subito si trasformano nei motori della storia anziché in orridi cliché, la morte non è la fine ma il via della storia. Spoiler
E non a caso proprio con una scena di morte si apre il pilota della serie, cioè la scena della tomba dove nick se ne sta a frescheggiare con quell’orrendo maglioncino verde.
Chi mastica inglese avrà più o meno inteso il messaggio di David Simon: la sua volontà era quella di mostrare una storia che scavasse nelle problematiche del sistema federale americano. In America esiste appunto un governo federale e un governo locale, e le leggi federali scavalcano quelle nazionali per forza cosicché se la casa bianca ordina lo stato X esegue, senza particolari possibilità di appello. Simon voleva mostrare, con l’esempio di Yonkers, le difficoltà del sistema legislativo americano, dove trattandosi di tantissime realtà diverse, spesso non si riesce a gestirle correttamente.
Per l’appunto la legge sulle abitazioni benché sulla carta sia giusta, è una legge troppo avanzata per il comune di Yonkers non ancora pronto ad affrontarla, col risultato che qualcuno finirà per rimetterci, e guarda caso chi ci rimetterà sarà proprio… No non ve lo dico, sennò che ho messo a fare tutti questi blocchi anti-spoiler?
Per concludere, ciò che ho più apprezzato di questa serie, oltre al fatto di riuscire a raccontare una storia normale, senza pistole, spacciatori-cool o sesso e promiscuità sul tavolo di cucina, è l’attenzione per i dettagli. La cura minimi dei particolari è commuovente in questa serie ed è bello come i dettagli spesso non siano solo un abbellimento ma aiutino a capire di più il senso della storia. Ad esempio Nick beve costantemente Maalox, e questo inizialmente mi aveva portato a credere che sarebbe saltata fuori qualche ulcera se non tumore allo stomaco. Invece il Maalox serve a sottolineare il concetto di eroe di Simon: Nick è fuori posto. È Sindaco ma c’è finito più per caso che per merito, e infatti la pressione lo schiaccia, lo porta a bere spesso (senza sfociare nell’alcolismo però) e a soffrire di stomaco. Ma Nick non molla, perché è un eroe: stringe i denti e beve maalox. E così fanno tutti i personaggi. Che dovrebbero fare altrimenti? Questa è la vita, ci dice Simon, e nella vita non ci si può lamentare troppo a lungo, perché alla fine a tutti capitano cose più grandi di loro e ci tocca di sopportarle e tirare avanti, anche se nessuno ci chiama eroi per questo. Si stringono i denti, si beve il maalox e si va avanti.
E se la notte non si riesce a dormire, possiamo fare come suggerisce Bruce nella colonna sonora: prendiamo questa rabbia, prendiamo quest’ansia e diamole un nome.
Ah, quasi dimenticavo. Questa serie fa larghissimo uso di canzoni di Bruce Springsteen, e la serie sembra uscita direttamente da un suo testo.
Ma quello che più mi sono chiesto riascoltando la colonna sonora (da notare che la playlist su youtube si chiama Show me The Boss) è la seguente: Ma il Boss ha mai scritto una canzone brutta?
Ps: David Simon affiancato alla scrittura dallo storico collaboratore William F. Zorzi, ha basato lo script sull’omonimo libro della giornalista del New Yorker Lisa Belkin. Magari lo dovevo dire all’inizio, ma mi sono fatto trascinare dal sentimento, perdonatemi, anche in questa recensione alla fine gli eroi non si prendono i meriti.
