Bond, in un immacolato tuxedo bianco, tenta virilmente di dissuadere Mr Hinx, che fa sfoggio di un invidiabile panciotto ocra (Batista. In panciotto. Soffermatevi sulla cosa. Batista) abbinato a un paio di pantaloni color terra, dallo scaraventarlo giù da un treno, fatto che renderebbe alquanto spiacevole la tratta, mentre la bella di turno, la seducente Léa Seydoux in un fiabesco abito Ghost London verde sfumato, accorre prontamente in suo aiuto.

C’è da aggiungere altro?
Personalmente, credo che l’anima di Spectre, l’ultima incarnazione della fortunata serie della blasonata spia britannica, diretta da Sam Mendes e interpretata dall’ormai iconico Daniel Craig, stia tutta qui.

Certo, si potrebbe aggiungere che il regista non è riuscito a rievocare quell’afflato epico che faceva di Skyfall (il precedente capitolo) uno degli episodi più belli di tutta la saga nonché uno dei film più meritevoli del del 2012, che l’intreccio vada avanti a forza di eventi forzati quanto le dinamiche di una stagione di Un posto al sole, che Waltz, nei panni del malvagio Blofeld, svolga adeguatamente il compitino ma che il suo personaggio viva di una scrittura tutto sommato inconsistente (scomparendo del tutto, se confrontato con il monumentale Silva di Javier Bardem); ma la verità è che sono tutti particolare che non impediscono a Spectre di salvaguardare degnamente l’essenza di 007.

Sempre tenere a disposizione un abito a coloniale per non sfigurare tutte le volte che si finisce dispersi nel nulla, in mezzo a un deserto.

La Bondaggine risiede nel dettaglio: non è 007 se anche l’ultimo degli scagnozzi sacrificabili non esibisce un completo privo di grinze, proveniente dall’ultima collezione autunno-inverno; non è 007 senza una ricercata sigla d’apertura accompagnata da una colonna sonora d’atmosfera; non è 007 se negli inseguimenti non si mettono in mostra i cavalli di una scintillante Aston Martin, appena uscita dalla scuderia; non è 007 senza quell’ironia leggera e un po’ sciocchina, alla Roger Moore; non è 007 senza la scena di tortura assolutamente gratuita, utile solamente a deliziare il cattivone di turno, da cui sottrarsi grazie a un improbabile gadget (immancabilmente abbinato all’abito; sia mai!); non è 007 senza le lussureggianti ambientazioni, da alternare con assoluta disinvoltura; non è 007 senza un’esaltazione costante, ma mai grossolana, dell’estetica British.

Proprio dalla comprensione di questi elementi fondanti nasce uno dei film di 007 forse più classici di tutta la saga: Spectre è una celebrazione del mito di Bond; un episodio che gioca con il canone, gigioneggia con le citazioni o i rimandi e strizza più volte l’occhio ai fan. Purtroppo, in mezzo a tutto questo, si dimentica completamente di spiazzare lo spettatore, che durante la visione non si troverà mai realmente preso in contropiede e anzi sarà sovente coccolato da un regista-chioccia che si premurerà di viziare il Bondiano che è in noi, in ogni singola inquadratura.

Ogni volta che mi fanno notare quanto sia poco credibile che Bond riesca a portarsi a letto delle pseudo-divinità dopo appena trenta secondi di conversazione, faccio presente che forse girare con addosso il PIL della Svizzera, in forma di completo, contribuisca ad aumentare le probabilità.

In sostanza: se le avventure dell’elegante macchina di morte britannica non hanno mai fatto breccia nei vostri cuori, Spectre non farà realmente nulla per farvi cambiare idea. Se invece, come il sottoscritto, avete sempre amato la poesia di un uomo che è capace di uscire illeso, con il nodo della cravatta intonso e la giacca nemmeno toccata dalla polvere anche dal crollo di un palazzo di almeno trenta piani, questa pellicola vi metterà completamente a vostro agio, non mancando di servirvi un rinfrescante Martini agitato, non mescolato.

E Marino, nel dubbio, se la ride.

 

007: Spectre – Cazzotene della trama quando vesti Tom Ford
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